Dopo
il discreto successo di pubblico e critica di “Rocky
Balboa”, Sylvester Stallone ha deciso (o forse i produttori
non gli hanno dato altra scelta) di far tornare sul grande
schermo anche l’altra sua celebre maschera cinematografica:
l’invincibile super-soldato Rambo.
Quasi vent’anni dopo l’ultimo episodio, ritroviamo
nella Tailandia settentrionale l’ex-Berretto Verde che,
disincantato ed apatico, conduce una vita ascetica, guadagnandosi
da vivere come guida per turisti e cacciando serpenti per
venderli come souvenir. Naturalmente, parlando di un personaggio
come Rambo, si tratta della calma che precede la tempesta,
ovvero una nuova causa per combattere: gli sarà fornita
da un gruppo di missionari cristiani che lo contattano per
viaggiare lungo il fiume Salween ed arrivare sulle colline
al confine birmano per portare medicinali e cibo ai profughi.
Il protagonista non si fa troppo coinvolgere e svolge il suo
compito lasciando i missionari al luogo prestabilito, ma quando
essi saranno rapiti dalle milizie birmane, non potrà
ignorare la sua coscienza e correrà in loro aiuto,
alleandosi con alcuni mercenari sul posto per poi scatenarsi
in una mattanza senza precedenti (84 nemici uccisi nei modi
più svariati).
In
questo nuovo film, Stallone tenta di riproporre il suo eroe
in chiave realistica e crepuscolare (tema ricorrente nei suoi
ultimi film), recuperando quella connotazione di attualità
sociale del primo “Rambo” del 1982 che scomparve
poi negli episodi seguenti, infarciti di eccessivo machismo
e propaganda bellico-reazionaria, tipica della politica reganiana
nell’America degli anni ’80. Qui, invece, Stallone
ha voluto fotografare la drammatica realtà dei genocidi,
del potere militare, le sette, le pulizie etniche ed il conflitto
civile in Birmania.
Tale scelta è evidenziata anche dalla presenza di immagini
vere del conflitto birmano ma, ci perdoni il signor Stallone,
a noi non è parso proprio un atto di denuncia, bensì
un semplice pretesto per calare un personaggio iconico e datato
come Rambo in un contesto attuale, giustificandone sia la
presenza sul grande schermo sia la strage che avverrà
lungo il film, che appare quasi come un atto dovuto alla sofferenza
di un popolo.
Da questo punto di vista, il film è manicheo e superficiale
e, a differenza di “Rocky Balboa” che era un crepuscolare
ed onesto addio del pugile/attore al suo pubblico, “John
Rambo” appare gratuito e falso: uno stanco prodotto
di intrattenimento travestito malamente da denuncia morale
contro la guerra, con uno Stallone imbolsito che, all’età
di 62 anni, si rimette la benda sulla fronte e si incaponisce
nel riproporre un ruolo che aveva fatto il suo tempo già
alla fine degli anni ’80.
Però...
Però questo “John Rambo”, al di là
di quanto detto e nonostante diversi limiti (cattivi poco
credibili e stereotipati, oltre ad un patetismo di fondo del
personaggio che poi si riscatta), è un film migliore
di quanto possa apparire ad un’occhiata superficiale.
Lo Stallone regista si è notevolmente raffinato, realizzando
un film d’azione non banale e tecnicamente di tutto
rispetto che presenta anche diversi virtuosismi di cinepresa
e qualche sperimentalismo visivo.
La pellicola si arricchisce anche di decine di citazioni cinematografiche
(segnalati i “I magnifici 7”, “Il Mucchio
Selvaggio”, “Gangster Story”, persino “Venerdì
13”) e di un iperrealismo la cui crudezza sconfina nello
Splatter puro, con scarnificazioni da mitraglia, decapitazioni
ed un uso creativo del machete i cui particolari più
efferati sono mitigati da un montaggio veloce, ma non frenetico,
che dà ritmo alla storia senza concedere troppo spazio
visivo ai particolari più truculenti.
Il risultato è un prodotto economico e dignitoso in
cui la violenza –nonostante esagerazioni da slasher
movies- non è mai apertamente gratuita e che farà
sicuramente la felicità dei fan di un personaggio fuori
tempo il quale, comunque, rimane una maschera cinematografica
importante nella storia del cinema.
Ammirevole poi l’onestà con cui Stallone si mette
nuovamente in gioco con il suo personaggio, incurante del
tempo che passa e con il buon gusto di non concedersi ai desideri
dei produttori nello scegliere facili bersagli come talebani,
iracheni e terroristi arabi (si parlava di una sceneggiatura
in cui il nostro eroe doveva andare in Iraq a capo di una
task force anti-terrorismo), preferendo invece un teatro di
guerra come quello in Birmania che la maggior parte del mondo
occidentale ignora.
Paolo
Pugliese