Il
termine “JarHead” vuol dire letteralmente “Testa
di Barattolo” ed è l’ appellativo con cui generalmente
si apostrofano i marines: teste vuote come barattoli.
Il film è ambientato negli anni ’90 durante la Guerra
del Golfo e racconta la storia di Anthony Swofford (Jake Gyllenhaal)
che per tradizione familiare entra senza troppa convinzione nel
corpo dei marines e dopo un apprendistato in caserma viene spedito
in Kuwait per la famosa Operazione Desert Storm.
Una volta in Arabia Saudita, per Anthony tutta la situazione in
cui si trova appare come una gigantesca farsa: il nemico non si
vede mai, i soldati non combattono né affrontano uno scontro
a fuoco, se sparano lo fanno solo per cazzeggio durante stupide
feste notturne al campo base. Le missioni che impegnano Anthony
ed i suoi commilitoni consistono nel camminare nel deserto senza
nessun riparo sotto il sole e senza tantomeno sparare un colpo.
Attraverso gli occhi dubbiosi del protagonista, il regista Sam
Mendes (“American Beauty”, “Era mio Padre”)
parla in sintesi di guerra senza farla mai vedere, mostrando tutta
l’ottusità militarista in un confronto bellico posticcio
ed in nome del petrolio. “Jarhead” è un film
antimilitarista con il quale il regista scardina un altro elemento
fondamentale della società americana (l’esercito)
dopo aver rappresentato la dissoluzione della famiglia ed il rapporto
padre-figlio nei suoi due precedenti lavori.
La prima parte del film non propone molto di originale e francamente
rimanda a quanto già raccontato in pellicole famose come
“Full Metal Jacket” ed “Apocalypse Now”;
qui c’è l’apprendistato militare del protagonista
che si scontra con la logica militare di caserma ottusa ed inquadrata,
con il nonnismo, la spersonalizzazione della persona, l’imposizione
dell’odio contro il nemico. Mendes racconta con humor nero
cose già viste riflettendo sull’inutilità
e la gratuità di certi criteri comportamentali ma il meglio
lo riserva soprattutto nella seconda parte, ambientata nel deserto
del Kuwait. Qui c’è la metafora di una guerra ipocrita
che di tale ha solo il nome e dove gli unici nemici che i soldati
affrontano sono il sole, la noia e la loro stessa ottusità
infarcita da vuoto patriottismo.
La narrazione di Mendes è fredda e distaccata e ben delinea
tanto il come quanto il ciò che il regista voleva raccontare,
inerente l’avvilimento di una generazione di giovani americani
nell’esercito. Non tutte le ciambelle comunque riescono
con il buco, perché l’eccessiva ed algida ricercatezza
visiva di Mendes e le troppe metafore presenti nel film rischiano
di risultare indigeste ed allontanare il pubblico dal nocciolo
narrativo di “Jarhead”.
Ad un bel ritratto del protagonista (grazie anche al sempre più
bravo Gyllenhaal) che si ritrova derubato da un destino in favore
di un bene superiore che credeva di avere, si contrappone un’esagerata
-quanto funzionale al discorso narrativo citato prima- descrizione
dei soldati americani, tutti stupidi ed ignoranti.
“Jarhead” non è in verità un film pienamente
riuscito, ma sicuramente è una pellicola stimolante, la
quale contiene anche delle discrete sequenze visionarie: la partita
a rugby in tenuta antigas è una chicca di humor caustico.
Un po’ esagerata ma poeticamente intensa quella con l’incontro
tra i soldati ed un cavallo sporco di petrolio ma, su tutte, grande
effetto provoca il deserto del Kuwait immaginato da Mendes: una
sorta di inferno dantesco abbacinante, con enormi distese di sabbia
in cui si trovano, qua e là, cadaveri carbonizzati e sul
cui sfondo si stagliano i pozzi di petrolio infiammati, quasi
delle silenziose sentinelle che ricordano allo spettatore i motivi
di quella non-guerra.
Paolo
Pugliese