Emblema
e punto di riferimento dell’applicazione e del rispetto
della legge negli Stati Uniti, J. Edgar Hoover (Leonardo DiCaprio)
è stato per quasi 50 anni il capo dell’FBI, dipartimento
da lui stesso creato: un uomo di potere temuto e ammirato,
insultato e venerato. Ma, nel chiuso delle sue stanze, egli
custodiva segreti su politici e presidenti con i quali proteggere
ed avvantaggiare la propria posizione, che però avrebbero
potuto distruggere la sua immagine, la sua carriera e la sua
vita. Nel corso della narrazione, vengono rivelati un personale
senso di inadeguatezza ed una profonda solitudine esistenziale,
quest’ultima lenita dalla presenza delle uniche tre
persone di cui Hoover si fidava ciecamente: la madre Anne
Marie (Judi Dench), il suo braccio destro ed amico Clyde Tolson
(Armie Hammer) e la sua fidata segretaria/collaboratrice Helen
Gandy (Naomi Watts).
Con
una sceneggiatura firmata dall’acclamato Dustin Lance
Black ("Milk"), Clint Eastwood porta al cinema la
sua personale e romanzata visione biografica di un personaggio
complesso e sfaccettato come J. Edgar Hoover. Il film ne racconta
la vita e la carriera, dagli inizi alla fine, in un continuo
rincorrersi di flashback, il cui filo conduttore è
l’autobiografia che un anziano Hoover prepara a fine
carriera, dettando la sua versione dei fatti ad uno stuolo
di agenti-dattilografi-biografi, il cui continuo alternarsi
costituisce uno dei tanti indizi di una personalità
introversa e ossessiva. Il film si sviluppa così su
due piani temporali, alternando un Hoover giovane ad uno anziano,
ricostruendo gli episodi chiave della sua carriera professionale,
allineati a quelli della storia americana, dall’inizio
fino alla prima metà del 20esimo secolo. Da un punto
di vista storico, Eastwood analizza soprattutto nella prima
parte del film le dinamiche politiche e sociali dell'America
degli anni ’20, dal proibizionismo alle attività
sovversive di matrice comunista, all’avvento della criminalità
organizzata, con gangster e “nemici pubblici”
come John Dillinger. Di pari passo il regista racconta la
figura di Hoover, focalizzandosi progressivamente più
sugli aspetti personali che professionali, esponendo da un
lato le sue ossessioni contro il crimine, contro le cospirazioni
e l'ideologia comunista, dall’altro la fragilità
emotiva che lo porteranno ad identificarsi totalmente con
la sua funzione pubblica e viceversa, portandosi in una zona
grigia, moralmente ambigua e di stampo reazionario. Alternando
successi professionali (l’introduzione delle indagini
scientifiche lo studio delle impronte digitali, la cattura
di Dillinger e il rapimento Lindbergh) ad abusi di potere
(la creazione di un archivio personale con dossier confidenziali
sugli uomini di potere), Hoover attraversa cinquanta anni
di storia americana e otto presidenti, il cui avvicendamento
viene mostrato con sequenze cardine come il suo affacciarsi
dal balcone per vedere il corteo presidenziale o il suo paziente
attendere di essere ricevuto nella sala ovale dal presidente
neo-eletto.
Con
un regia sobria e didascalica, Eastwood evita qualsiasi contenuto
di stampo retorico o elegiaco, a favore di un ritratto umano
e fallace del personaggio; a seconda delle occasioni, Hoover
viene descritto come una figura complessa e contraddittoria:
da un lato lavoratore infaticabile, devoto allo Stato, attento,
capace, preparato, autoritario e lungimirante (rivoluzionò
i metodi investigativi del Federal Boreau); dall’altro
manipolatore, ossessivo, egocentrico e megalomane, solitario,
distaccato e intimamente insicuro, omosessuale represso e
vendicativo. Il racconto è dettagliato, ma anche controllato
e freddo, nonostante alcune pennellate emotive che il regista
dà al protagonista, soprattutto inerente la sua solitudine
e il rapporto con le persone chiave della sua vita: la madre
possessiva, la fedele assistente e il vice/amico/amante, le
cui dinamiche sono descritte con molta delicatezza e sensibilità.
“J. Edgar” è però un film non completamente
riuscito, in bilico tra registri narrativi differenti come
il melò biografico e il dramma storico, non riuscendo
mai a decollare completamente, anche a causa di una sceneggiatura
senza né pregi né particolari difetti, con poche
riflessioni sotto traccia e un’impostazione claustrofobica,
lenta e priva di mordente del personaggio, il cui ritratto
intimo è affidato alla sensibilità artistica
e filmica di Eastwood. Il regista ne esplora con discrezione
l’aspetto più interiore (specie nella seconda
parte del film), descrivendo anche l'ambiente in cui si muoveva,
ma trascurando la genesi della sua creazione, l'FBI. Molto
bravo e misurato Leonardo DiCaprio, accompagnato sulla scena
da un volenteroso Armie Hammer (già visto in “The
Social Network”), una controllata Naomi Watts ed una
Judi Dench un po’ ridondante. Ottimi i costumi, ma pessimo
il make-up che invecchia i due attori principali, risultando
gommoso e poco credibile.
Marco Valerio