J. EDGAR
 
Titolo Originale: Id.
Genere: Biografico/Drammatico/Storico/Poliziesco
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Dustin Lance Black
Cast: Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Judi Dench, Damon Herriman
Colonna Sonora: Clint Eastwood
Produzione: Imagine Entertainment, Malpaso Productions, Wintergreen Productions, Warner Bros.
Paese d’origine: USA - 2011
Durata: 137 minuti
Data di uscita: 4 Gennaio 2012

 

Emblema e punto di riferimento dell’applicazione e del rispetto della legge negli Stati Uniti, J. Edgar Hoover (Leonardo DiCaprio) è stato per quasi 50 anni il capo dell’FBI, dipartimento da lui stesso creato: un uomo di potere temuto e ammirato, insultato e venerato. Ma, nel chiuso delle sue stanze, egli custodiva segreti su politici e presidenti con i quali proteggere ed avvantaggiare la propria posizione, che però avrebbero potuto distruggere la sua immagine, la sua carriera e la sua vita. Nel corso della narrazione, vengono rivelati un personale senso di inadeguatezza ed una profonda solitudine esistenziale, quest’ultima lenita dalla presenza delle uniche tre persone di cui Hoover si fidava ciecamente: la madre Anne Marie (Judi Dench), il suo braccio destro ed amico Clyde Tolson (Armie Hammer) e la sua fidata segretaria/collaboratrice Helen Gandy (Naomi Watts).

Con una sceneggiatura firmata dall’acclamato Dustin Lance Black ("Milk"), Clint Eastwood porta al cinema la sua personale e romanzata visione biografica di un personaggio complesso e sfaccettato come J. Edgar Hoover. Il film ne racconta la vita e la carriera, dagli inizi alla fine, in un continuo rincorrersi di flashback, il cui filo conduttore è l’autobiografia che un anziano Hoover prepara a fine carriera, dettando la sua versione dei fatti ad uno stuolo di agenti-dattilografi-biografi, il cui continuo alternarsi costituisce uno dei tanti indizi di una personalità introversa e ossessiva. Il film si sviluppa così su due piani temporali, alternando un Hoover giovane ad uno anziano, ricostruendo gli episodi chiave della sua carriera professionale, allineati a quelli della storia americana, dall’inizio fino alla prima metà del 20esimo secolo. Da un punto di vista storico, Eastwood analizza soprattutto nella prima parte del film le dinamiche politiche e sociali dell'America degli anni ’20, dal proibizionismo alle attività sovversive di matrice comunista, all’avvento della criminalità organizzata, con gangster e “nemici pubblici” come John Dillinger. Di pari passo il regista racconta la figura di Hoover, focalizzandosi progressivamente più sugli aspetti personali che professionali, esponendo da un lato le sue ossessioni contro il crimine, contro le cospirazioni e l'ideologia comunista, dall’altro la fragilità emotiva che lo porteranno ad identificarsi totalmente con la sua funzione pubblica e viceversa, portandosi in una zona grigia, moralmente ambigua e di stampo reazionario. Alternando successi professionali (l’introduzione delle indagini scientifiche lo studio delle impronte digitali, la cattura di Dillinger e il rapimento Lindbergh) ad abusi di potere (la creazione di un archivio personale con dossier confidenziali sugli uomini di potere), Hoover attraversa cinquanta anni di storia americana e otto presidenti, il cui avvicendamento viene mostrato con sequenze cardine come il suo affacciarsi dal balcone per vedere il corteo presidenziale o il suo paziente attendere di essere ricevuto nella sala ovale dal presidente neo-eletto.

Con un regia sobria e didascalica, Eastwood evita qualsiasi contenuto di stampo retorico o elegiaco, a favore di un ritratto umano e fallace del personaggio; a seconda delle occasioni, Hoover viene descritto come una figura complessa e contraddittoria: da un lato lavoratore infaticabile, devoto allo Stato, attento, capace, preparato, autoritario e lungimirante (rivoluzionò i metodi investigativi del Federal Boreau); dall’altro manipolatore, ossessivo, egocentrico e megalomane, solitario, distaccato e intimamente insicuro, omosessuale represso e vendicativo. Il racconto è dettagliato, ma anche controllato e freddo, nonostante alcune pennellate emotive che il regista dà al protagonista, soprattutto inerente la sua solitudine e il rapporto con le persone chiave della sua vita: la madre possessiva, la fedele assistente e il vice/amico/amante, le cui dinamiche sono descritte con molta delicatezza e sensibilità. “J. Edgar” è però un film non completamente riuscito, in bilico tra registri narrativi differenti come il melò biografico e il dramma storico, non riuscendo mai a decollare completamente, anche a causa di una sceneggiatura senza né pregi né particolari difetti, con poche riflessioni sotto traccia e un’impostazione claustrofobica, lenta e priva di mordente del personaggio, il cui ritratto intimo è affidato alla sensibilità artistica e filmica di Eastwood. Il regista ne esplora con discrezione l’aspetto più interiore (specie nella seconda parte del film), descrivendo anche l'ambiente in cui si muoveva, ma trascurando la genesi della sua creazione, l'FBI. Molto bravo e misurato Leonardo DiCaprio, accompagnato sulla scena da un volenteroso Armie Hammer (già visto in “The Social Network”), una controllata Naomi Watts ed una Judi Dench un po’ ridondante. Ottimi i costumi, ma pessimo il make-up che invecchia i due attori principali, risultando gommoso e poco credibile.

 

Marco Valerio