L'ultima
impresa dei Marvel Studios (in realtà la prima di "produzione
propria", essendo il neonato ramo di produzione cinematografico
della casa editrice Marvel Comics) rischia di rivoltare quello
che negli ultimi anni si è affermato come un vero e
proprio filone cinematografico. Così come nei fumetti,
il supereroismo del grande schermo (vedi “Spider-Man”)
ha sempre avuto bisogno di costumi, maschere, azioni mirabolanti.
In “Iron Man”, si riesce a integrare questi elementi
in una sceneggiatura che quasi li riduce alla stregua di un
optional. Perché non sono molte le sequenze in cui
si può ammirare la lucente armatura dell' Uomo
di Ferro, soprattutto nella sua versione definitiva.
Piuttosto, resta centrale la figura di Tony Stark, l'alter
ego in carne, ossa e sarcasmo di quel concentrato di design
e hi-tech che attirerà di certo tanti spettatori occasionali
in cerca di stupore e di scariche di adrenalina. Aspettative
che non verranno deluse, ma la grande professionalità
del cast e, soprattutto, il carisma di Robert Downey Jr. fanno
sì che l'ago della bilancia resti l'umano, e non il
superumano. Comunque lontano da qualunque pretesa autoriale,
l’attore-regista Jon Fraveau si prende tutto il tempo
necessario per sviluppare il suo protagonista, lasciando al
pubblico la possibilità di degustarne l'evoluzione,
giustamente lenta e graduale, mai enfatizzata da troppo intimismo
ma mostrata attraverso il fare di Stark, affaccendato nella
costruzione della sua armatura. E' qui che si nasconde un
grande aneddoto di tipo sociologico, nella storia di un uomo
e del suo cambiamento, della nascita del superuomo in quanto
frutto di una scelta e non di una casualità, di un
"self-made man" che attinge alle proprie risorse
per modificare uno status che gli impedisce di guardarsi ancora
allo specchio. Tutto questo in opposizione a un sistema che
gioca il ruolo dell'antagonista, creando così le condizioni
dell'essere eroi.
Stark
è un fabbricante d'armi in cerca di redenzione. Anche
nelle pagine dei fumetti si ritrova spesso al centro delle
trame più politicizzate, con clamorose prese di posizione
che creano un ponte immaginario tra fantasia e attualità.
Il mercato delle armi diviene oggetto di una velata riflessione,
attraverso una trasformazione che passa dalla superficialità
al senso di colpa del protagonista, costretto a ripensare
se stesso e la propria vita. I toni da commedia, però,
fanno in modo che non ci si prenda mai troppo sul serio. La
pellicola è pervasa a ogni latitudine da una vena umoristica
che inizia facendo subito divertire ma anche temere il peggio.
Non è facile servire tanta ironia senza scendere nel
ridicolo. Fraveau ci riesce, sfatando un mito, rompendo una
maledizione che svilisce molti film di supereroi, soprattutto
i "made in Marvel" più recenti (vedi “Ghost
Rider” o “I Fantastici 4”). Un'impostazione
di questo tipo è sempre a rischio banalizzazione, ma
in questo caso si rivela una ricchezza, perfettamente capitalizzata
dalla presenza scenica di Downey Jr., capace di bucare lo
schermo nonostante lo sguardo sembri distante. Un ruolo, quello
di Tony Stark, che l'attore si è cucito addosso con
un'aderenza più unica che rara, forse anche grazie
a una sorprendente somiglianza e ai problemi con l'alcol che
segnano il background di entrambi.
Se
ne ricava un personaggio costruito in grande stile, ispirato
alla versione più aggiornata della sua controparte
cartacea. Se ne è colto lo spirito, estremizzandone
la parte più spaccona. Scelta che non riuscirà
a mettere tutti d'accordo, tantomeno i fan di vecchia data.
Eppure, il primo volo dell'Iron Man rosso-oro è un'emozione
per tutti, grazie anche all’ottima realizzazione visiva
del personaggio, mentre tra le numerose chicche dedicate agli
aficionados più attenti, ce n'è una dopo i titoli
di coda che rischia di far saltare dalla poltrona anche i
più esigenti tra i fondamentalisti dei comics.
Simone
Celli