Carlo
(Carlo Verdone) é un missionario in Africa
che rientra a Roma in seguito ad una profonda crisi spirituale.
Ad attenderlo ci sono i membri della sua famiglia che anziché
assicurare al congiunto il sostegno e la pace necessaria per
ritrovare se stesso lo espongono a tensioni e situazioni paradossali:
il padre che vuole sposare la sua badante, il fratello donnaiolo,
la sorella egoista e poco comprensiva. A complicare le cose
arriverà poi Lara, una ragazza disinibita che metterà
in subbuglio l’animo di Carlo.
Dopo
il deludente “Grande, grosso e Verdone”, non sembra
risollevarsi la parabola discendente dell’attore-regista
romano, affetto da anni da una sempre più pesante crisi
di idee e contenuti.
Ai bei tempi di film come “Un Sacco Bello”, “Bianco,
rosso e Verdone”, “Borotalco”, “Io
e mia sorella”, “Compagni di Scuola” e “Perdiamoci
di Vista”, Verdone rappresentava uno dei migliori esponenti
della nuova generazione di autori della gloriosa commedia
all’italiana; costruiva storie ironiche che, tra una
gag e l’altra (dove si rideva di pancia), proponevano
al pubblico anche caratterizzazioni umane amarognole, facendo
riflettere su aspetti ed incongruenze della società
italiana di quegli anni: dalla famiglia (Bianco, rosso
e Verdone, Io e Mia Sorella) alla cattiva televisione
(Perdiamoci di Vista), dall’amicizia (Compagni
di Scuola) alla psicanalisi (Maledetto il giorno
in cui ti ho incontrata), dallo spettacolo (Sono
pazzo di Iris Blond) ai valori ed i trend dell’epoca
(Un Sacco Bello, Bolle di Sapone). Verdone riusciva
a coniugare il dramma e la commedia con un certo equilibrio,
presentando una comicità intelligente e malinconica
che con il passare del tempo non è riuscita a rinnovarsi
al passo con l’attualità, perdendo quella capacità
di analisi dell’italiano medio e venendo progressivamente
fagocitata dalla riproposizione ciclica di un macchiettismo
sempre più esasperato.
Se
i primi sketch televisivi o i primi film di Verdone contenevano
dei riferimenti molto efficaci alla realtà del periodo,
e questo modo ne valorizzava l'impatto comico, nei lavori
più recenti il suo talento intimista si è affievolito
a fronte di un uso eccessivo di alcuni suoi personaggi tipici,
diventati delle maschere ripetitive: il coatto, il pignolo
e il bambinone continuano a riproporre sé stessi senza
più alcun legame con il mondo reale, divenendo molto
più infantili e inutili in film che si riducono ad
essere prodotti di cassetta scacciapensieri sempre più
legati a stanchi schemi nazionalpopolari che assicurano facili
incassi.
Pur tentando di fare una commedia impegnata e rivolta al sociale,
le vicende personali narrate nel film appaiono prive di basi
solide, usate come pretesto per costruire solite situazioni
paradossali con Verdone che saltella a bocca aperta, storce
la faccia, si indigna, pontifica e compie gaffe micidiali.
Le varie tematiche inserite nella storia (la fede religiosa,
il missionariato, la prostituzione extracomunitaria, le nuove
tendenze come gli Emo) vengono utilizzate e sviluppate
in maniera banale, con una storia che si profila al pubblico
come poco credibile, noiosa, scontata ed anche –duole
dirlo- poco divertente, afflitta da una debolezza congenita
di battute e gag stanche e riciclate.
Neanche
sul fronte dell’interpretazione si può dire granché:
Verdone ripropone il solito personaggio pacato, idealista,
inadeguato, vittimista e scialbo, con la solita gamma di espressioni
e smorfie già viste abbondantemente altrove, né
fanno di meglio gli altri interpreti (tra cui gente brava
come Angela Finocchiaro ed Anna Bonaiuto) che interpretano
con poco spessore e motivazione gente egoista e stressata;
totalmente fuori parte, invece, Laura Chiatti, troppo altera
ed aristocratica per il ruolo di una ragazza moldava dalla
vita difficile.
Il finale buonista abbassa ulteriormente il livello qualitativo
del film, al quale riconosciamo comunque le buone intenzioni
di porre riflessioni sul malcostume popolare non approfondite
in maniera adeguata, oltre ad una comicità garbata
e non volgare. I livelli di vuoto assoluto di prodotti preconfezionati
come i vari “Vacanze di Natale” sono ancora lontani,
quindi ci auguriamo che il Verdone moderno recuperi quella
verve e quell’osservazione critica che lo aveva contraddistinto
agli inizi della sua carriera.
Paolo
Pugliese & Marco Foti