Cosa
faresti se tu fossi l’ultimo uomo sulla terra? Come
ti comporteresti, come sopravvivresti?
E’ la domanda che si è posta lo scrittore Richard_Matheson
nel suo celebre romanzo “I'am Legend/Io sono Leggenda”,
raccontando le cronache di Robert Neville: l’unico essere
umano rimasto vivo in una città ormai in rovina, con
l’intera umanità semi-distrutta da un virus batteriologico,
mentre i superstiti hanno subito mutazioni genetiche diventando
creature vampiresche e notturne. Trasformata la sua casa in
una roccaforte, il protagonista combatte una guerra solitaria
di sopravvivenza, asserragliato durante la notte dai vampiri,
ma cacciatore durante il giorno fino a diventare una leggenda
agli occhi di quello che resta dell’umanità.
Chi scrive questa recensione è un fan di Matheson,
grandissimo ed ancora poco conosciuto autore di fantascienza,
che con “Io Sono Leggenda” ha scritto uno dei
romanzi più moderni ed affascinanti sul tema dei vampiri
affrontandolo con un approccio scientifico, asciugandolo da
qualsiasi riferimento sovrannaturale e calando il racconto
in uno scenario crepuscolare ed apocalittico.
Fatta
questa dovuta introduzione, il film con Will Smith è
il terzo adattamento cinematografico in ordine di tempo dell’omonimo
romanzo, dopo il lirico “L’ultimo Uomo sulla Terra”
con Vincent Price (il più fedele al romanzo, girato
negli anni ’60) ed il reazionario “1975:
Occhi Bianchi sul pianeta Terra” con Charlton Easton,
realizzato nei primi anni ’70.
“Io Sono Leggenda”, oltre a recuperare il titolo
originale dell’opera letteraria, è anche l’adattamento
più spettacolare, nonché anche quello con maggiore
tensione rispetto ai precedenti film, ma certamente non è
neanche il più fedele, stravolgendo in maniera poco
felice diversi elementi e tematiche del romanzo di Matheson.
Partiamo dagli elementi positivi: il film -specie nel primo
tempo- propone il medesimo ritmo narrativo del libro, basato
sulla quotidianità del protagonista che è scandita
da ciclici rituali (esplorazione della città, ricerca
di cibo, esperimenti scientifici, chiusura nella sua casa
fortificata prima del tramonto); molto efficace anche
il clima decadente di una New York spettrale ed in rovina
in cui si muove la figura di Robert Neville/Will Smith, mentre
al riparo dalla luce del sole i vampiri aspettano di uscire.
Lo scenario e gli effetti speciali sono davvero stupefacenti,
con la metropoli americana trasformata in una landa desolata
e terrificante, di grande impatto visivo nonché punto
di forza del clima angosciante che pervade la storia.
L’infezione che ha decimato l’umanità,
le cui origini non sono spiegate nel libro, vengono qui invece
introdotte all’inizio del film senza però rivelarne
subito le conseguenze, calando quindi lo spettatore nello
scenario apocalittico di cui sopra senza ulteriori passaggi
cronologici; questa scelta contribuisce a creare una maggiore
tensione nel pubblico, il quale verrà informato solo
in seguito dell’estinzione umana, grazie ad alcuni flashback.
Altro punto a favore della pellicola è il suo protagonista:
Will Smith è un attore ormai cresciuto a livello professionale,
confermando il fatto di essere, oltre che bello e simpatico,
anche bravo a livello espressivo e recitativo, riuscendo a
reggere sulle proprie spalle il peso di essere da solo in
circa un’ora di film.
Detto
questo, bisogna anche dire che “Io Sono Leggenda”
è un film riuscito a metà, specie se si confronta
al romanzo, con un primo tempo ben realizzato e decisamente
intrigante al quale segue una seconda parte più ripetitiva
e banale, che perde molto in tensione e pathos; inoltre, solo
alcune delle tematiche del libro sono state riportate fedelmente,
mentre altre sono state totalmente ignorate o sprecate, facendo
prendere alla storia una piega diversa (ed apocrifa)
rispetto al romanzo, finendo per infilarsi in un vicolo cieco.
Il protagonista Robert Neville viene poi caratterizzato in
maniera estremamente totalitaria e tipicamente americana,
ovvero quella di un tormentato super-eroe: se nel libro era
un semplice operaio che, per forza di cose, riusciva a sopravvivere
imparando e documentandosi “sul campo” su varie
cose (armi o chimica), qui è addirittura un
colonnello/eroe di guerra nonché, al tempo stesso,
uno scienziato: un uomo di armi e di scienza, quindi, che
appartiene anche all’1% della popolazione immune al
virus, riuscendo a sopravvivere, sapendo combattere e cercando
anche una cura al virus.
Questo va un pò a discapito di realismo e credibilità
del racconto, con l’eroismo del protagonista spinto
fino all’estremo sacrificio e l’assenza (per
esigenze di copione) di un colpo di genio letterario
presente nel libro quale il rovesciamento dei ruoli, con Neville
che diventa suo malgrado “il mostro” all’interno
di un nuovo tipo di società composta da vampiri.
E parlando di quest’ultimi, essi sono molto più
letali e selvaggi rispetto a quelli del romanzo, ma sono anche
spogliati del loro fascino quando smettono di essere una minaccia
invisibile (si ha più paura di ciò che non
si vede...) e si mostrano apertamente, essendo stati
malamente realizzati in CGI ed apparendo come dei banali pupazzi
urlanti, animati digitalmente.
Il
fascino di questo film, alla fine, è puramente visivo,
con il regista Francis Lawrence (“Costantine”)
che fa un lavoro eccessivamente didascalico e ritrattistico
della vicenda, con assenza di spunti di riflessione e di introspezione
psicologica. Il tema dell’isolamento e dell’alienazione
mentale del protagonista, ad esempio, viene trattato (vedi
il rapporto con il suo cane) in maniera sommaria, senza
scavare nel profondo e con trovate enfatiche come i suoi discorsi
ai manichini dei negozi.
Le sottili considerazioni di Matheson sulla diversità
umana, sul razzismo e sulla devoluzione culturale e sociale
sono assenti, venendo sostituite da uno strisciante simbolismo
religioso e moraleggiante (l’uomo è l’autore
dei suoi mali) francamente gratuito e seccante; preghiere
ed rivelazioni mistiche sono pesantemente inserite nella seconda
parte del film, dove il protagonista viene a contatto con
altri due superstiti -una donna ed un bambino- sviluppati
in maniera anonima ed anche forzata, la cui presenza stravolge
il racconto originale con alcuni sviluppi banali che portano
ad un finale consolatorio che lascia gli spettatori abbastanza
basiti ed insoddisfatti, specie quelli che hanno letto ed
amato il romanzo.
Paolo
Pugliese
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