“Intrigo
a Berlino” è il nuovo film diretto e prodotto dal
regista premio Oscar per “Traffic” Steven Soderbergh
che, per l’occasione, si ricongiunge nuovamente con George
Clooney dopo i film “Solaris”, “Ocean’s
11 e 12”. Il film è una spy-story ambientata a Berlino
subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale ed è
basato sull’omonimo romanzo scritto da Joseph Kanon. Il
giornalista americano corrispondente di guerra Jake Geismer (George
Clooney) arriva nella capitale tedesca per cercare Lena Brandt
(Cate Blanchett), una donna con cui aveva avuto una relazione
sentimentale anni prima e di cui aveva perso le tracce. Presto
Jake scopre che Tully (Tobey Maguire), un soldato americano corrotto
assegnato a lui come autista e con numerosi contatti con il mercato
nero, è l’amante di Lena ed allora, per aiutarla,
si mette ad indagare sui traffici del giovane. Ma l’improvviso
omicidio di Tully farà precipitare Jake in una situazione
molto pericolosa, in un oscuro intrigo con molte persone invischiate.
Più che un film vero e proprio “Intrigo a Berlino”
è un lungo omaggio del regista ai film noir in bianco e
nero della Hollywood degli anni ‘40: un’operazione
filologica ed iconografica in cui Soderbergh dirige la pellicola
ispirandosi per storia, tecniche ed atmosfere a capolavori come
“Casablanca” oppure “Il Terzo Uomo”, ma
senza comunque riuscire ad eguagliarne complessità e ritmo
narrativo, limitandosi a replicare le tecniche di ripresa di quegli
anni facendo a meno di molte innovazioni moderne come la steandycam,
il carrello, lo zoom. Il risultato finale può essere anche
apprezzabile, ma non è affatto entusiasmante perché,
a parte un certo fascino calligrafico che omaggia l’estetica
del cinema classico americano, non presenta altro di interessante.
Il film propone senza guizzi una storia a prima vista contorta
ma fondamentalmente scarna, che viene narrata in maniera piatta
e piena zeppa di manierismi che stemperano qualunque elemento
drammaturgico e di credibilità, rendendo la narrazione
inerte ed estremamente prevedibile.
Soderbergh è attento a dirigere più dal punto di
vista “tecnico” che narrativo ed anziché raccontare
si diverte a replicare e citare certi meccanismi ed inquadrature
da cinema classico, da un lato dando prova di grande maestria
ma dall’altro perseverando in alcuni dei suoi più
palesi difetti, ovvero lentezza narrativa e pesantezza di mano
nel montaggio. Il regista si dimostra fin troppo presuntuoso nel
voler realizzare un film-omaggio basato unicamente su vecchi stili
di recitazione e di ripresa, perché esaurendo ben presto
la curiosità delle citazioni il film annoia, rivelandosi
scadente dal punto di vista narrativo, manieristico, citazionista
ed eccessivamente artificioso per far appassionare il pubblico.
Gli attori non fanno di meglio: Clooney appare ingessato e goffo
nel voler scimmiottare a tutti i costi l’Humprey Bogart
di Casablanca e Tobey Maguire è inespressivo e con lo sguardo
perennemente allampanato; fa meglio dei due Cate Blanchett, con
un’interpretazione di classe da Dark Lady ispirata a grandi
dive come Greta Garbo o Marlene Dietrich.
Belle infine le scenografie di una Berlino ricostruita nei teatri
di posa e sventrata dai bombardamenti che, composta da macerie
e rovine, polvere e decadenza (un plauso ai tecnici), risulta
l’elemento più affascinante del film.
Marco
Valerio