Indy
è tornato.
E dopo l’Arca dell’Alleanza, le pietre di Shiva
ed il Sacro Graal rinvenuti nei tre precedenti film, stavolta
dovrà vedersela addirittura con gli alieni.
Diciotto anni dopo “Indiana Jones e L’Ultima Crociata”,
ritroviamo il nosto eroe ad insegnare in un college nell’America
in pieno periodo Maccartista anche se non ha ancora appeso
al chiodo giubbotto, capello e la famosa frusta della sua
controparte di avventuriero-archeologo.
La nuova avventura è ambientata nel 1957, con Indy
che si mette sulle tracce di un suo vecchio amico che tentava
di raggiungere una città perduta legata alla civiltà
Maja. La storia ruota intorno ad un misterioso manufatto alieno,
un teschio di cristallo dalle proprietà paranormali,
che è anche la chiave per scoprire la città
sepolta. Archiviati i soldati tedeschi, i nuovi villain del
film sono stavolta i miliziani russi guidati da una letale
Cate Blanchett con un inedito caschetto nero, ma il protagonista
non li affronterà da solo, riunendosi a sorpresa con
Marion Ravenwood (Karen Allen), sua storica fidanzata ai tempi
de “I Predatori dell’Arca Perduta”, insieme
al suo unico e battagliero figlio (Shia LaBeouf).
Ritorna
con questo film il classico cinema pop-corn inventato a fine
anni ’70 da Spielberg&Lucas, con esiti quanto mai
nostalgici; i tempi sono cambiati ma scatta ancora l’alchimia
con lo spettatore quando viene sciorinato tutto il vasto campionario
narrativo-visivo della mitologica trilogia degli anni ’80:
soldati nemici, mete esotiche, tribù di selvaggi, templi
segreti, trabocchetti, scazzottate, sparatorie, esplosioni,
inseguimenti in auto e mezzi militari, dirupi, tuffi dalle
cascate, trappole mortali, insetti, battibecchi spiritosi
e gli immancabili viaggi in aereo sulle cartine topografiche
del mondo. Ci sono, insomma, tutti gli elementi che costituiscono
il marchio di fabbrica del franchising, con l’effetto
che l’operazione sa un pò di già visto,
ma alla fine fa piacere rivederlo ancora sul grande schermo!
Spielberg dimostra di non aver perso la mano nel confezionare
prodotti di spettacolare intrattenimento, con una regia impostata
su una narrazione sequenziale di vecchia scuola, semplice
ma efficace nella sua costruzione schematica e lineare, con
inquadrature a campo largo dal carattere fortemente illustrativo
ed un alto ritmo narrativo garantito da un montaggio agile.
Il
film parte subito in quarta (tecnicamente molto fluida e ben
realizzata la sequenza d’apertura con la gara d’auto)
e, senza troppi preamboli, catapulta lo spettatore subito
nell’azione, ambientata nella famigerata “Area
51” dell’esercito americano; dopo un inizio esplosivo
(affascinante la scena del fungo atomico...), nel quale però
ci è parso un pò troppo affrettato l’esordio
dei villains russi, il film propone una storia che, nonostante
le diverse scene spettacolari, appare in sintesi fiacca. Dispiace
dirlo, ma questo “Indiana Jones e il Regno del Teschio
di Cristallo” risulta il capitolo più debole
sugli altri film, sia per una questione di sceneggiatura (estremamente
basilare, con dialoghi ridotti all’osso) sia per cause
anagrafiche; nonostante comunque il fatto che tempi, mode
e tendenze dell’industria cinematografica siano mutati,
il film funziona e alla fine diverte, potendo contare sia
su un Brand di grande richiamo sia su un Know How tecnico
molto solido: basilare infatti l’apporto della colonna
sonora di John Williams (“Guerre Stellari”, “I
Predatori dell’Arca Perduta”, “Superman”)
che sottolinea efficacemente le sequenze d’azione; le
scenografie di Greg John Callas (“Pirati dei Carabi”,
“Il Mistero dei Templari”, “Men in Black
2”) sono spettacolari e molto curate, così come
anche i costumi ideati da una professionista di lunga carriera
come la designer Mary Zophres, che ha avuto in passato collaborazioni
sia con i fratelli Coen (“Fratello dove sei?”,
“Fargo”) sia con Steven Spielberg (“Prova
a prendermi”,“The Terminal”).
Gli effetti speciali non affollano il film, ma sono comunque
molto variegati e realistici, firmati da James Bomalick (“Live
Free or Die Hard”, “Bad Boys I & II”),
Sam Dean (“Oceans 13”, “Pirati dei Carabi
ai confini del Mondo”), Pablo Helman (“Munich”,
“La Guerra dei Mondi”) e, naturalmente, il prestigioso
laboratorio di Sfx Industrial Light & Magic.
Per
quanto riguarda gli interpreti, Harrison Ford appare un pò
appannato ma è ancora credibile nei panni del suo personaggio,
facendo una buona accoppiata con l’emergente e tutto
sommato simpatico Shia LaBeouf; per le controparti femminili,
invece, il ruolo di Karen Allen non ha molto peso nella storia
(a parte nella lunga sequenza dell’inseguimento nella
giungla) ed è un peccato ricordando la simpatia del
suo personaggio nel primo film, mentre la brava Cate Blanchett
si sacrifica un pò in un ruolo da cattiva fortemente
stereotipato e senza sbocchi di approfondimento, ma va bene
anche così per un fumettone cinematografico come questo
“Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo”
che, nonostante sia passata molta acqua sotto i ponti, riesce
a tenere incollati i suoi spettatori alla poltrona come accadeva
nel primo episodio del lontano 1980.
Paolo
Pugliese