Film
biografico inerente il mondo dei motori sperimentali e delle sfide
di alta velocità, INDIAN racconta la storia vera del leggendario
motociclista neozelandese Jack Munro (interpretato da Anthony
Hopkins) che, alla bella età di 72 anni, nel 1967 stabilì
il record di velocità su strada a bordo della sua moto
Indian Scout 600 costruita nel 1920. Il film racconta l’impresa
del pilota, impegnato per ben 25 anni a realizzare il suo sogno
di record, cercando fondi ed indebitandosi egli stesso per finanziarsi,
modificando passo dopo passo la sua vecchia moto Indian (che era
progettata originariamente per non superare i 60 Km orari) fino
a renderla un innovativo bolide carenato che raggiungerà
il record dei 350 km orari (imbattuto ancora oggi) nelle saline
di Bonneville in Utah. Questo film è un biophic corposo
(dura poco più di due ore) ed anche abbastanza atipico
per soggetto e materia, con un personaggio realmente esistito
che ha inseguito il proprio sogno per tutta la vita, senza arrendersi
sia alle difficoltà sia soprattutto alla sua età
avanzata. La vecchiaia, infatti, qui non viene vista come una
condanna ma quasi come una spinta maggiore a perseverare nel raggiungimento
dei propri obiettivi.
Il film da questo punto di vista è appassionante, con il
regista Roger Donaldson che dirige in uno stile narrativo classico
e manieroso, epico ma senza essere metaforico, cercando di trasmettere
al pubblico la passione della grande sfida del protagonista durata
oltre due decenni, ricca di ostacoli ed incontri con personalità
eccentriche. Eccentrico è anche il protagonista, giudicato
un folle per gran parte del film che, grazie all’ottima
interpretazione di Hopkins, ci viene rivelato come un uomo gentile,
candido sognatore ed al tempo stesso ironico e dalla grande onestà
morale.
Ricco di particolari “tecnici”, INDIAN ha una partenza
in sordina, diventa poi quasi un “road-movie” ma,
proseguendo, riesce a costruire un’atmosfera narrativa molto
evocativa fino a raggiungere il proprio climax con un finale abbastanza
convincente nonostante il suo esito sia alla fine un pò
scontato. Inoltre ha ben due pregi consistenti, uno, nel mostrare
delle sequenze di corsa e velocità francamente intriganti
(soprattutto nel finale) e l’altro di avere come protagonista
un grande attore come Hopkins qui molto ispirato e che recita
con una performance interpretativa chiara, misurata e senza sbavature.
Attraverso
la perseveranza del protagonista, il film porta un messaggio positivo
al pubblico: che vita sarebbe senza i propri sogni, senza la voglia
di realizzarli, senza l’avventura di realizzare imprese
e di misurarsi con i propri limiti e lottare fino a superarli?
La ricostruzione storica di INDIAN è però guastata
da un tocco (assai marcato in verità) di retorica e di
buonismo che non rende realistica la narrazione, con molti personaggi
troppo “political correct” che sviliscono la struttura
intrinseca del film. La descrizione dell’ingenuità
romantica del protagonista e dei suoi rapporti con varia umanità
un pò troppo edulcorata alla fine nuocciono alla credibilità
stessa del film che appare poco realistico. Tutto è troppo
pulito, tutto edificante fino alla vittoria –materiale e
morale- del personaggio che appare un pò liscia e superficiale
perché si arriva ad essa alla fine di un cammino dove non
vengono descritte le cosiddette “lacrime e sangue”
con sufficiente intensità (cioè la fatica, le amarezze
ed i sacrifici che hanno portato a tutto ciò) e questo
disturba un pò lo spettatore. Buonismo superficiale e marcato
oppure ritratto di certi tempi meno cinici e più onesti?
Non lo sappiamo ma, nonostante i suoi difetti, questo film narra
un’avventura umana da vedere ed apprezzare
Marco
Valerio