Dopo
cinemelodrammi originali ma spietati (ed anche un pò
indigesti) come “Le Onde del Destino”, “Dogville”
e “Manderlay”, è una vera e propria sorpresa
vedere un regista impegnato e sperimentale come Lars von Trier
dirigere una semplice commedia rinunciando a qualsiasi dogma
pedagogico e di formazione di coscienza. Il film in questione
è IL GRANDE CAPO e fin dai primi momenti si rivela
come un’ilare commedia degli equivoci, condita da una
satira irriverente sull’ambiente del lavoro d’impresa.
Si ride parecchio durante la proiezione e, come per le due
stagioni della sua serie televisiva fanta-horror-grottesca
“The Kingdom” (recentemente rifatta dagli americani),
abbiamo la conferma che quando von Trier decide di non prendersi
troppo sul serio, evitando storie dalle premesse portate alle
estreme conseguenze, riesce davvero a sorprendere il pubblico
positivamente: nel caso di questo suo ultimo film, il risultato
è quello di una gradevole commedia, intelligente ed
intellettuale senza essere né ermetica né snob,
destinata comunque a dividere il pubblico (come tutte le opere
di von Trier) per il suo ruvido ed atipico aspetto tecnico-visivo.
IL GRANDE CAPO racconta di come Ravn, proprietario di un’azienda
informatica danese con poca propensione per l’autorità
del comando, si inventi la figura di un fantomatico grande
capo, in maniera da poter lavorare tranquillamente spacciandosi
come un impiegato qualunque e prendere anche decisioni difficili
senza scontrarsi con i propri lavoratori. Avendo però
deciso di vendere la sua impresa, con gli acquirenti che vogliono
incontrarlo di persona, Ravn non trova altra soluzione che
salvare le apparenze ed assumere Kristoffer, un attore fallito,
per impersonarlo. Kristoffer si rende presto conto che Ravn
ha modellato le caratteristiche del capo d’impresa sulle
aspettative dei suoi stessi dipendenti, stabilendo tramite
e-mail una serie di rapporti con ciascuno di loro: c’è
il programmatore gay che crede che anche il suo principale
sia omosessuale, quello invece che pensa sia un grande seduttore
oppure la segretaria convinta che la corteggi e via dicendo.
L’attore si troverà in grosse difficoltà
come pedina di Ravn nella transazione, visto che presto diventa
tanto il centro delle dinamiche aziendali quanto il bersaglio
del malumore dei dipendenti destinati al licenziamento a causa
della fusione con una società islandese. Tra l’altro,
gli islandesi sono odiati dai danesi. Nel corso delle trattative,
Kristoffer finirà per ribellarsi alle indicazioni di
Ravn quando queste non rientreranno più nella psicologia
del suo personaggio.
Come si può intuire ci troviamo davanti ad una storia
semplice ed ironica, ma al tempo stesso stravagante e dai
molteplici contenuti: ci sono alcuni rimandi alla commedia
sofisticata hollywoodiana inerente il classico scambio di
identità, ma il film offre anche una lucida analisi
dei rapporti umani inserendo tra le righe una critica cinica
ed arguta nei confronti dei meccanismi imprenditoriali della
società americana.
Von Trier dirige seguendo alcune delle regole del suo manifesto
Dogma, realizzando il film con luci naturali, montaggio approssimativo
ed assenza di colonna sonora, ma al tempo stesso si allontana
da esso mettendo da parte la cinepresa a mano ed inaugurando
una nuova tecnica di ripresa, l’Automavision, affidata
ad una telecamera elettronica con inquadrature e zoom casuali
decisi dal computer. L’effetto è volutamente
imperfetto (teste degli attori tagliate e microfoni inquadrati)
ed un pò straniante, ma al tempo stesso realistico,
come se si stesse assistendo ad un documentario su un ufficio
di impiegati commentato dalla voce fuori campo dello stesso
regista.
Altro elemento che salta all’occhio dello spettatore
è la dicotomia dell’ambientazione aziendale assolutamente
squallida e grigia con la dimensione leggera e divertente
degli eventi che avvengono tra le mura. Irriverente e surreale,
avendo per tema una storia inverosimile, IL GRANDE CAPO svicola
e sorprende gli spettatori evitando accuratamente qualsiasi
sviluppo che rispecchi le loro aspettative, risultando quindi
imprevedibile. Peccato per una fin troppo rapida risoluzione
narrativa da parte di von Trier che eccede anche un pò
troppo di protagonismo, perché non a tutti può
piacere l’idea della sua voce narrante che illustra
diversi passaggi e gags.
Infine una curiosità: il film contiene un concorso
con sette "lookey” (fotogrammi in apparenza errori)
che gli spettatori devono scoprire capendo il loro senso nascosto.
Von Trier ha spiegato che sono delle anomalie legate da un
comune denominatore: un enigma che può essere risolto
trovando un codice conduttore ed il primo spettatore che troverà
la soluzione vincerà un premio di circa 4 mila euro.
Marco
Valerio