“Il
Petroliere”, liberamente ispirato al romanzo “Oil!”
di Upton Sinclair (1927), è una secca parabola dagli
accenti hustoniani sull’avidità, quanto mai attuale
in tempi di “blood for oil”.
Il film è ambientato a cavallo tra diciannovesimo e
ventesimo secolo, agli albori del capitalismo americano. Daniel
Plainview è un personaggio “bigger than life”,
uno speculatore senza scrupoli che, accompagnato dal figlio
H.W., di cui sfrutta l’immagine per ammantarsi di un
alone di rispettabilità, cerca di accaparrarsi la maggior
parte di terreno possibile nella California del Sud, acquistandolo
a prezzi inferiori al valore di mercato.
Diventato un uomo di successo, viene avvisato da Paul Sunday
che il ranch della sua famiglia sorge su un terreno saturo
di petrolio. Plainview si affretta a rilevarlo, promettendo
in cambio una consistente donazione a favore della chiesa
locale, guidata da Eli Sunday, fratello di Paul, invasato
quanto ipocrita predicatore evangelico. Un giorno, uno dei
pozzi prende fuoco ed il figlio H.W., coinvolto nell’incidente,
perde sia l’udito che l’uso della parola. Da quel
momento il ragazzo sviluppa una fortissima ostilità
nei confronti del padre, e, quando cerca di incendiare la
loro casa, Plainview si vede costretto a mandarlo in un istituto.
H.W. rappresenta però l’unico legame di Plainview
con l’umanità, che disprezza in sommo grado,
e la sua assenza lo fa sprofondare sempre più nella
misantropia, mentre i contrasti con Eli, ormai capo spirituale
della piccola comunità, si acuiscono ulteriormente,
fino a sfociare in un drammatico confronto finale.
Paul
Thomas Anderson sembra aver abbandonato il suo nume tutelare,
ovvero il Robert Altman che vegliava su “Boogie Nights”
e “Magnolia”, per intraprendere un percorso più
personale, già evidente in “Punch-Drunk Love”,
anche se non mancano influenze e rimandi anche importanti.
Questa volta i riferimenti più immediati sono non tanto
a “Il Gigante”, quanto a “Greed” e,
in parte, a “Citizen Kane/Quarto Potere”. Il personaggio
di Daniel Plainview sembra infatti un’evoluzione più
articolata di quello di McTeague nel capolavoro di Von Stroheim,
mosso esclusivamente dall’avidità e di una diffidenza
ai limiti con la paranoia. In lui non c’è nulla
di epico, ma solo un’ossessività quasi psicotica,
resa da Daniel Day-Lewis con la consueta mostruosa maestria
e senza fagocitare il film (come avveniva in “Gangs
of New York”), anche se con qualche tecnicismo di troppo.
Come
evidenzia benissimo il primo quarto d’ora de “Il
Petroliere”, senza dialoghi e con la bellissima e straniante
colonna sonora dei “Radiohead”, Plainview è
una figura ctonia, condannata a strisciare per cunicoli e
gallerie alla ricerca del suo Graal personale, ovvero il petrolio
ed il denaro e il potere che ne derivano, ma anche un lungimirante
profeta del secolo a venire. Quello che interessa a Paul Thomas
Anderson è infatti stabilire dei parallelismi con il
presente, mettendo in scena il conflitto tra le due anime
fondanti dell’America, il capitalismo allo stato brado
e senza scrupoli e la religiosità predicatoria ed ipocrita
che ne costituisce il contraltare. Il Sogno Americano si trasforma
in incubo, e Plainview, rimasto solo nella grande casa che
si è costruito, diventa una moderna incarnazione di
Charles Foster Kane a Xanadu, senza neanche il conforto dei
feticci della sua infanzia (Rosebud).
Il
film ha dalla sua l’intensità quasi allucinatoria
di alcune scene (il forzato battesimo di Plainview, lo scontro
con Eli) ed una ferocia dal sapore quasi biblico, come ben
evidenzia il titolo originale, ma il punto è che di
questa ennesima rivisitazione di personaggi archetipi propri
della cultura americana non si sentiva esattamente la mancanza,
e che il commento dello spettatore potrebbe riecheggiare la
famosa battuta conclusiva di Clark Gable in “Via col
Vento”.
Per gli amanti delle curiosità, segnaliamo che Daniel
Day-Lewis ha riprodotto la parlata di John Huston nel personaggio
di Noah Cross in “Chinatown”, e che il film è
stato girato al confine tra Texas e New Mexico, esattamente
come il suo diretto avversario nella corsa agli Oscar, ovvero
“No Country for Old Men” dei fratelli Coen.
Nicola
Picchi