Dopo
i recenti “La Seconda Notte di Nozze” e “La
Cena per farli Incontrare”, il maestro Pupi Avati continua
a raccontare i rapporti tra genitori e figli in una storia
cupa ed introspettiva, ambientata nella Bologna del 1938:
un periodo storico che il regista torna ciclicamente a ripercorrere
come sfondo dei suoi film, mostrando parallelamente alle vicende
dei suoi personaggi aspetti non molto edificanti della storia
del nostro paese come lo stato fascista di Mussolini, le leggi
razziali e l’avvicinamento alla Germania di Hitler.
Tralasciando
i toni romantici e gli sprazzi di leggerezza delle sue precedenti
opere, Avati ci immerge in una storia che assume toni progressivamente
sempre più drammatici e che ha come protagonista il
professore di educazione artistica Michele (Silvio Orlando)
le cui certezze ed i suoi affetti sono messi a dura prova
quando l’amata figlia Giovanna (Alba Rohrwacher) uccide
per gelosia la compagna di banco e viene rinchiusa in manicomio.
E’ l’inizio di un calvario privato per l’uomo
che affronta il labile equilibrio del suo nucleo familiare,
destinato a frantumarsi, con l’allontanamento dalla
moglie Delia (Francesca Neri) che decide di cancellare dalla
sua vita la figlia ed avvia una relazione clandestina con
l’amico di famiglia Sergio (Ezio Greggio).
E’ intensa e senza speranza la lucida e disperata ricerca
che Michele fa dentro di sé per comprendere le cause
dell’insano gesto della figlia, giustificandole per
negare il disagio psichico della ragazza, ma arrivando forse
a trovarle nei più basilari aspetti dell’essere
genitore, ovvero l’affetto e gli insegnamenti paterni.
Avati
riesce a trasmettere al pubblico i dubbi ed il dramma di Michele,
incarnato da un Silvio Orlando straordinario per sensibilità
interpretativa (e vincitore con merito della Coppa Volpi al
Festival di Venezia), che aiuta non poco il regista a tratteggiare
i conflitti adolescenziali e le responsabilità dei
genitori quando i figli cadono: un tema evidenziato soprattutto
attraverso il rapporto affiatato padre-figlia che Orlando
e la giovane e bravissima Rohrwacher riescono a rappresentare
in maniera molto naturale e convincente.
Nel corso del film Avati pecca di essere a tratti eccessivamente
didascalico, rendendo nel secondo tempo la storia ridondante
con inutili lungaggini, con perdita di tensione narrativa
ed un apologo un pò pesante sulla tradizionale famiglia
patriarcale italiana; tali imperfezioni, però, pur
non rendendo il lavoro perfetto non impediscono neanche che
“Il Papà di Giovanna” sia un dramma familiare
lineare e robusto, intenso per idee e personaggi e ben interpretato
da un cast impeccabile (e dopo Diego Abatantuono, Massimo
Boldi e Neri Marcorè la nuova scoperta di Avati è
un Ezio Greggio misurato seppur acerbo per un ruolo drammatico).
Valeria
Marinaccio