“Il
Nascondiglio” costituisce un ritorno alle origini per
Pupi Avati, un nuovo film con il quale (dopo gli ottimi
exploit di “Il Cuore altrove”, “La
Seconda Notte di Nozze” ed il recente “La
Cena per farli conoscere”) il regista ritorna ad un
genere che ha segnato gli inizi della sua carriera, ovvero
l’horror psicologico (vedi “La Casa dalle
finestre che ridono” e “Tutti defunti,
tranne i morti”).
Il film vede una brava ed inquieta Laura Morante nel ruolo
di una donna italo-americana che esce da un ospedale psichiatrico
dopo 15 anni di degenza con l’intenzione di rifarsi
una vita ed aprire un ristorante italiano nella piccola cittadina
di Devenport. La vita a Devenport sembra procedere tranquilla,
tra campi di grano e casette di legno, ma c’è
un’atmosfera inquietante dietro la calma apparente,
con la cordialità della gente che diventa piano piano
ostile...
L’epicentro della vicenda è la casa dove la donna
è andata ad abitare -teatro di un efferato caso di
sangue 50 anni prima- in cui durante la notte sente delle
presenze, voci, rumori, senza riuscire a capire se ciò
che sta succedendo è reale oppure è un segno
della follia che ritorna.
Il
film è un thriller d’atmosfera che ricorda per
ambientazione ed atmosfere il classico “La Casa dalle
finestre che ridono”, ripercorrendone il senso di ignoto
e di angoscia claustrofobica in una storia fatta soprattutto
di personaggi e contornata da verità nascoste, situazioni
sospese ed elementi criptici, nonché perfettamente
immersa nel contesto di una dislocata provincia (americana
come italiana) che nasconde numerosi misteri.
E’ un piacere vedere come un maestro quale Avati si
confronti nuovamente con un cinema di genere come il thriller/horror,
arricchendolo di accorgimenti e sfumature autoriali. “Il
Nascondiglio” rappresenta una prova di stile e di ampia
maturità per il regista, il quale ha girato il film
in America con un grosso sforzo commerciale che non si vedeva
ormai da parecchio tempo nell’ambito del cinema italiano.
La
pellicola ha uno sviluppo intrigante, che però cade
su un finale non perfetto e che non soddisfa pienamente le
aspettative del pubblico; non è importante, comunque,
cosa si racconta ma come la si racconta: ed infatti, con un
ritmo narrativo lento (e qui potrebbero obiettare in molti)
ma avvolgente, “Il Nascondiglio” ha una suspence
che regge fino alla fine ed è costituita unicamente
dai calibrati virtuosismi della cinepresa di Avati. E’
importante sottolineare come il regista, senza ricorrere ad
alcun effetto speciale, riesca a creare un’atmosfera
molto inquietante nel film, nonché un senso di incombenza
ed ambiguità legato soprattutto al personaggio della
protagonista, in cui non si riesce a comprendere quanto sia
effettivamente sana oppure folle.
Laura
Morante è molto brava e credibile, ma al di là
della sua interpretazione è da riconoscere un discreto
lavoro di sceneggiatura a monte, con un’ottima caratterizzazione
dei personaggi, tutti molto curati a livello psicologico ed
interpretati da uno stuolo di attori non famosissimi ma davvero
bravi, che fa piacere rivedere nuovamente sul grande schermo,
come Treat Williams (lo ricordate in “Hair”?),
Burt Young (il cognato di Rocky) e soprattutto un’ottima
caratterista come Rita Tushingham (“Il Dottor Zivago”,
“Gran Bollito” e “La Morte non sa Leggere”),
i quali formano un cast davvero affiatato e credibile.
Un plauso, inoltre, per gli scenografi italiani che hanno
ricreato in uno studio di Cinecittà la dimora della
protagonista, estremamente lugubre e perfettamente credibile
nelle sue linee architettoniche come antica magione yankee.
Paolo
Pugliese