Norman
Winther è un trappeur. Cos’è un trappeur?
Beh, è difficile da definire, perché è una
parola dai molti significati, ma potremmo dire che un trappeur
è un uomo dei boschi. Norman è uno degli ultimi
cacciatori canadesi che vivono ancora come una volta, facendosi
bastare quello che la foresta offre e vendendo le pelli frutto
del duro lavoro per acquistare le poche cose che la natura non
può dare.
Norman vive nello Yukon insieme alla moglie Nebaska, un indiana
Nahanni, e alla sua muta di cani da slitta, confrontandosi ogni
giorno con le difficoltà di una vita priva di lussi e comodità:
ogni inverno inizia la stagione di caccia e quasi ogni anno Norman
deve cambiare territorio, a causa dei continui interventi di disboscamento
e antropizzazione del territorio. La sua vita è scandita
dal susseguirsi delle stagioni, a stretta dipendenza da quello
che l’ambiente può offrire. E’ un uomo stanco,
perchè si rende sempre più conto di essere un outsider,
un’anomalia in mezzo al frenetico vorticare di una società
in continuo mutamento.
Però, anche se ogni anno si propone di smettere quella
vita d’altri tempi e di trasferirsi in città, non
lo fa mai, perché dentro di sé sa che non saprebbe
adeguarsi ad un’esistenza impostagli da altri.
“Le Dernier Trappeur”, coraggiosa coproduzione Francia/Canada,
ha la particolarità di non essere una storia di finzione:
Norman Winther non è infatti un attore, ma un vero cacciatore
che interpreta la parte di se stesso. Questo aspetto rende la
pellicola particolarmente interessante, perché dà
un senso di realismo che mancherebbe in un opera di fiction. Certo,
la storia è comunque romanzata, per venire incontro ai
gusti del pubblico: non mancano le disavventure sui pericolosi
laghi ghiacciati, o gli incontri con lupi e orsi. Ma sapere che
ci sono ancora persone che hanno la straordinaria capacità
di vivere a contatto con la natura, prendendo e donando allo stesso
tempo, rende l’intera vicenda molto più affascinante.
Il regista Nicolas Vanier è bravo nel tracciare un poetico
affresco della quotidianità del cacciatore, attraverso
semplici ma efficaci particolari (la costruzione della casa di
tronchi, gli spostamenti in canoa e in slitta, il rapporto speciale
che si instaura fra i cani e i padroni). Ad aumentare il piacere
nella visione di questo film contribuiscono senza dubbio le fantastiche
location canadesi: luoghi totalmente incontaminati, in cui l’uomo
(per fortuna) non ha ancora avuto l’occasione di metter
su casa. Ci sono paesaggi letteralmente da togliere il fiato,
che faranno la gioia di tutti gli appassionati di montagna come
il sottoscritto.
Certo, andando al di là di queste considerazioni (forse
un po’ romantiche), si notano anche alcuni difetti: infatti,
la storia pecca chiaramente di una (probabilmente consapevole)
ingenuità, puntando molto su un’immagine idealizzata
di questo modo di vivere e lasciando in secondo piano tutte le
evidenti difficoltà che una simile vita di stenti comporta.
A parte alcune disavventure che aggiungono brio alla storia, non
vediamo mai veramente gli aspetti negativi e difficili della scelta
di Norman, che lo porta pur sempre ad essere isolato dalla società
e alienato dai suoi simili. Comunque, “Il Grande Nord”
è un ottimo film, poetico e affascinante come pochi, che
ci lascia con questa sorta di immagine utopica in cui uomo e natura
riescono a convivere come fratelli e non come nemici. Poco attuale,
probabilmente, ma ogni tanto è bello sognare.
Jacopo
Volta