“Lei
è il più grande criminale di questo paese oppure
il più grande perseguitato della storia...”,
è così che uno straordinario Arnoldo Foà
nei panni del direttore de La Repubblica, Eugenio Scalfari,
si rivolge a Giulio Andreotti/Toni Servillo durante un’intervista,
prima di essere gelato da una risposta tanto sagace quanto
ironica e inconfutabile. Il filo dell’ironia, tra il
grottesco, il satirico e il macchiettismo, lega gli eventi
narrati in questo nuovo film di Paolo Sorrentino (“Le
Consequenze dell’Amore”, “L’Amico
di Famiglia”), incentrato unicamente sulle vicende del
“Divo” Andreotti in un periodo che va dal 1987
al 2003, passando per il suo breve governo e la sua presidenza
del consiglio, la sfumata elezione a Presidente della Repubblica,
l’uccisione di Salvo Lima, di Falcone ed il giornalista
Pecorelli, Tangentopoli, l’arresto di Totò Riina
e l’inizio del processo per Mafia che lo vide prima
imputato per vari capi d’accusa e poi prosciolto.
E’
impossibile raccontare la pellicola senza rovinarne la visione
a chi legge: più che ad un film vero e proprio, ci
troviamo di fronte ad un quadro estremamente sardonico di
com’era una certa politica-casta della DC nonchè
certi politici come gli ex-militanti della corrente andreottiana
(non ne escono bene Evangelisti, Pomicino e Ciarrapico,
ad esempio) che il protagonista definisce in maniera
sottile ed impietosa facendo un raffronto tra i soldati per
vincere la guerra ed il concime per far crescere gli alberi...
Chi è Giulio Andreotti? Il film non dà né
vuol dare una risposta unica e certa, ma una serie di presunte
verità che lo vedono rappresentato ora come abile stratega,
ora uomo di potere, ora persona profondamente sola, affetta
da mal di testa persistenti e dal rimorso per la morte di
Aldo Moro. Efficaci, in questo senso, i contrappunti con la
moglie (una misuratissima Anna Bonaiuto) o Pomicino (un irriconoscibile
Carlo Buccirosso) o il suo servile braccio destro Evangelisti
(un bravo Flavio Bucci), che illustrano l’immagine pubblica
e privata di un personaggio così controverso.
Il
film di Sorrentino (ormai una colonna del nuovo cinema
italiano) è un prodotto pregevole dal punto di
vista stilistico, ricco di inventiva narrativa che si propone
come una biografia/parodia il cui intento non è dipingere
un semplice ritratto –positivo o negativo che sia- di
Andreotti, ma illustrare le tante versioni, reali o presunte,
che circolano da anni su di lui: un politico, uno statista,
un illuminato pragmatico e ambizioso, un faervente cattolico,
mafioso, colluso, mandante di omicidi e quant’altro.
“Il Divo” racconta in maniera sincopata le numerose
sfaccettature di un uomo che ha attraversato una buona parte
della storia politica italiana, con una narrazione non lineare
dal punto di vista cronologico che, tramite sequenze dal vago
sapore onirico, atmosfere rarefatte, inquadrature bizzarre
e dialoghi sospesi ricchi di battute taglienti, mostrano ciò
che si nasconde nelle stanze del potere, tentando di ricostruire
gli eventi politici e di cronaca di quegli anni, dandone una
versione volutamente grottesca, ma anche poetica, tragica
ed ilare.
L’eccelso Toni Servillo (“Le Consequenze dell’Amore”,
“La Ragazza del Lago”) incarna in maniera perfetta
Andreotti e, con una metamorfosi totale, ne riproduce perfettamente
voce, postura, sguardi e movimenti di mani e spalle, in un’interpretazione
che oscilla volutamente tra il biografico e la macchietta,
facendo da efficace contrappunto visivo ad una sceneggiatura
complessa, ambigua ed ironica come il personaggio che racconta.
Paolo
Pugliese