IL
CODICE DA VINCI è sicuramente uno dei film più attesi
degli ultimi anni, essendo la (lussuosa) trasposizione cinematografica
del famoso ed omonimo best seller di Dan Brown che ha venduto
qualcosa come 50 milioni di copie nel mondo scatenando numerose
polemiche e prese di posizione tra il pubblico, i critici ed anche
la Chiesa. Assistiamo così ad un segreto protetto per 2000
anni inerente la figura di Gesù Cristo che verrà
portato alla luce dal professor Robert Langdon (Tom Hanks), famoso
esperto di simbologia in trasferta a Parigi, che viene convocato
in piena notte al Louvre dalla polizia perché uno dei suoi
curatori è stato assassinato lasciando dietro di se –prima
di morire- una serie di simboli ed indizi che toccherà
a Langdon decifrare. Rendendosi conto ben presto di essere il
principale sospettato per l’omicidio, Langdon fugge con
l’aiuto della crittologa Sophie Neveu (Audrey Tautou) affrontando
insieme la scoperta di una guerra segreta e millenaria tra la
Chiesa ed il misterioso Priorato di Sion, una congrega di cavalieri
templari. La loro sarà una corsa contro il tempo, inseguiti
contemporaneamente dal commissario di polizia Bezu Fache (Jean
Reno) e dal pericoloso monaco albino Silas (Paul Bettany) che
agisce per conto dell’Opus Dei.
Chiarisco subito che a me il film non è piaciuto affatto.
Non era certamente facile ridurre in due ore e venti tutto il
ricco materiale narrativo a disposizione, ma il regista Ron Howard
finisce per essere schiacciato dalla mole di eventi, sviluppi,
antefatti, colpi di scena e spiegazioni storiche da raccontare,
non riuscendo a fare sua la storia e limitandosi a riprodurla
passo dopo passo più che raccontarla veramente omettendo,
per ragioni di tempo, molte, troppe cose. La resa finale è
assolutamente deludente con le tematiche del libro svilite da
un film poco incisivo, superficiale e che non ha nessuno dei suoi
pregi ma tutti i suoi difetti, aggiungendone pure di suoi.
Nello specifico, tutti i fattori narrativi sono descritti in maniera
didascalica e sommaria, alcuni addirittura accennati senza dal
loro la meritata rilevanza; il pubblico è esposto ad una
gran quantità di elementi che viene praticamente elencata
senza un minimo di introspezione e si finisce per non percepire
perfettamente tutto quello che succede perché il film stesso
lo mette in grado lo spettatore di assorbire e comprendere bene
l’importanza dei vari sviluppi, accatastati uno su l’altro.
La rivelazione stessa del segreto millenario, che costituisce
il cuore della storia ed al quale si arriva per gradi mediante
una costruzione di eventi e spiegazioni storiche che preparano
la strada ad un gustosissimo colpo di scena, viene invece liquidata
con una discussione di due minuti appena che non restituisce l’importanza
che aveva nel libro.
Lo stesso ritmo del testo, sostenuto ed avvincente, non viene
assolutamente riprodotto dal film che ha una narrazione lenta,
grigia, noiosa e che non riesce ad intrigare minimamente lo spettatore.
Le interrelazioni tra i personaggi sono state rese poi in maniera
abbastanza elementare e piatta, da una sceneggiatura scialba e
riduttiva che pecca della mancanza sia di introspezione sia di
caratterizzazione dei personaggi.
Ed in questo senso, parlando degli attori, dispiace dire che i
protagonisti Tom Hanks e Audrey Tautou sono totalmente fuori parte
e non riescono proprio ad essere convincenti né tantomeno
credibili nell’interpretare due studiosi di storia. C’è
delusione soprattutto per il personaggio della crittologa Sophie
Neveu che era l’anima del libro: descritta come una donna
forte, preparata ed intuitiva che risolveva anche la maggior parte
degli enigmi, nel film invece è ridotta ad un personaggio
passivo che sembra essere lì per caso; la Tautou la interpreta
poi con un’espressione perennemente attonita e spaesata
sul viso, mentre gli enigmi vengono risolti tutti da Langton che,
incarnato da una star come Tom Hanks, doveva avere uno spazio
più rilevante ma senza alcuna traccia dei dubbi, delle
paure, delle difficoltà e dello spirito di ricerca storica
che il personaggio aveva nel libro; Langton qui risolve in quattro
e quattr’otto i vari indizi e segreti del Codice e tutto
scivola via in maniera semplificata e scontata, con Hanks che
ci regala anche la sua peggiore performance interpretativa: totalmente
monoespressivo e con uno sguardo catatonico dall’inizio
alla fine del film.
Fanno
molto meglio i co-protagonisti Ian McKellen e Paul Bettany: il
primo riesce a rendere abbastanza bene le caratteristiche “guascone”
e “febbrili” del personaggio di Sir Leigh Teabing
anche se alla fine gigioneggia un pò troppo; Bettany, invece,
da la prova interpretativa più convincente del film, recitando
con intensità il ruolo del prete assassino Silas con molta
attenzione per i movimenti, gli sguardi e le espressioni, riuscendo
a portare sul grande schermo le caratteristiche principali del
personaggio e rendendolo agghiacciante e sinistro come era nel
libro. C’è poco da dire su Jean Reno nel ruolo del
commissario Fache, il cui spazio originale viene assai tagliato
nel film e quindi si vede sommariamente in poche scene, recitando
il personaggio di un poliziotto ottuso senza altre sfumature degna
di nota, quasi una comparsata di lusso.
Concludendo, ci sono film ed eventi cinematografici ed IL CODICE
DA VINCI di Ron Howard è un evento: un progetto cioè
costruito a tavolino per essere oggetto di un grosso clima di
attesa ed interesse da parte del pubblico; interesse non per il
film in sé ma per l’eco mediatico che esso ha avuto.
E così sia i lettori del libro che gli spettatori occasionali
in massa vanno curiosi a vedere una pellicola che, oggettivamente,
al di là del titolo conosciutissimo non ha francamente
molti pregi e si rivela al pubblico per essere un prodotto dalla
confezione ben curata ma dai contenuti modesti, per non dire mediocri,
che finisce per deludere immancabilmente tutte le aspettative.
Paolo
Pugliese