Una
piccola riflessione: avendo un pò di dimestichezza
con la lingua inglese avremmo preferito che il distributore
italiano di questo elegante legal thriller avesse mantenuto
il titolo originale “Fracture”, di gran lunga
più evocativo ed originale del pessimo adattamento
italiano, “Il Caso Thomas Crawford”, anonimo e
francamente sempliciotto nel suo proporre un’assonanza
lessicale al celebre “Il Caso Thomas Crown” con
Steve McQueen.
Forse si voleva suggerire un parallelismo tra i personaggi
dei due film, entrambi miliardari, entrambi intelligenti ed
un passo avanti rispetto agli altri, ma il nome “Fracture”
(frattura, punto di rottura) è più calzante
alla pellicola, riassumendone da solo la trama: un cercare
un punto debole, di rottura nelle persone e nel sistema. E’
quello che tenta di fare il personaggio di Thomas Crawford
(Anthony Hopkins), un ricco ingegnere il cui piano viene rappresentato
fin dai primi minuti del film: uccidere la moglie che lo tradisce
con un altro uomo, inquinare magistralmente le prove e sfruttare
le falle nel sistema giudiziario americano per cavarsela con
il minimo sforzo, trascinando al tempo stesso l’amante
della consorte nel fango. A contrastarlo c’è
Willy Beachum (Ryan Gosling), un giovane avvocato dell’accusa
che, abituato a vincere, per presunzione sembra soccombere
all’accusato ma poi ingaggia un duello legale e mentale
con lui.
Il
film è girato con una certa eleganza da Gregory Hoblit
ed ha uno sviluppo narrativo inizialmente interessante che,
purtroppo, finisce per promettere molto e mantenere poco.
Sicuramente la parte migliore del film è costituita
dal suo primo tempo, intrigante nell’ introdurre al
pubblico i protagonisti ed alcuni degli elementi della trama
che verranno rivelati poi in seguito.
Il pubblico sa già fin dall’inizio che Thomas
Crawford è colpevole, ma quello che non sa è
in cosa consiste il suo piano: se e come Crawford pensa di
“fregare” il sistema, se ci riuscirà o
se il giovane avvocato dell’accusa dimostrerà
la sua colpevolezza. La trama è agile ed ambigua quel
che basta per mantenere la suspence e l’incertezza quasi
fino alla fine, ma poi il gioco obbliga gli autori a mostrare
le proprie carte svelando qualche bluff.
Ad un meccanismo iniziale intrigante segue nella seconda parte
una risoluzione piatta, che arriva al termine di alcuni sviluppi
macchinosi che, seppur girati con dovizia di particolari ed
anche un’indubbia armonia, finiscono per girare a vuoto
apparendo inconsistenti e ciclici.
L’ambiguità
labirintica del personaggio interpretato da Hopkins è
poi una delle falle maggiori del film; un’ambiguità
che è portata all’estremo rivelando una certa
povertà di idee alla base della sua caratterizzazione,
con un Hopkins che ripropone elementi del suo Hannibal Lecter,
come l’inquietante rigidità dei lineamenti, lo
sguardo fisso ed i leggerissimi ammiccamenti (l’occhiolino
che spesso fa ai presenti) che, se da un lato fanno piacere
vedere ancora, dall’altro non rappresentano niente di
nuovo. Si fa soprattutto l’errore di rendere il personaggio
estremamente provocatorio e tagliente nei confronti degli
altri soggetti senza però scavare nel profondo della
sua psicologia, per illustrare le proprie motivazioni al di
là di alcune enigmatiche frasi all’inizio del
film. Il risultato è un cattivo glaciale da fumetto.
Blando
poi il confronto psicologico con il personaggio dell’avvocato,
figura abbastanza ipocrita ed irritante (non so quanto prevista
volontariamente dalla sceneggiatura) la cui redenzione morale
appare zoppicante durante il film, dilatando la trama con
alcuni particolari della propria carriera come l’indefinito
rapporto sentimental-professionale con il suo capo Nikki Gardner
(una gradevole Rosamund Pike), che comunque rimane
irrisolto.
Al di là poi del magnetismo di Hopkins, tutti gli altri
personaggi/attori appaiono poco focalizzati, a cominciare
dal coprotagonista -l’emergente Ryan Gosling- che, nonostante
abbia una recitazione non enfatica e con alcune buone espressioni,
appare comunque abbastanza anonimo e poco convincente nel
ruolo di avvocato.
In sintesi, “Il Caso Thomas Crawford” è
un film riuscito a metà, apprezzabile per alcuni versi,
dimenticabile per molti altri, che ha come punto di forza
ma anche come maggiore debolezza un Anthony Hopkins il quale,
nonostante sia uno splendido attore, rischia con questo genere
di pellicole di riciclare all’infinito lo stesso personaggio.
Nota:
non abbiamo capito perché, nonostante il titolo
italiano sia “Il Caso Thomas Crawford”, si sia
mantenuto poi nel film il nome originale del personaggio,
Theodore Crawford. Misteri del doppiaggio italiano oppure
semplice sciatteria...
Paolo
Pugliese