IL CASO THOMAS CRAWFORD

Titolo Originale: Fracture
Genere: Legal Thriller
Regia: Gregory Hoblit
Sceneggiatura: Glenn Gers & Daniel Pyne
Cast: Anthony Hopkins, Ryan Gosling, Rosamund Pike, David Strathairn, Billy Burke
Colonna Sonora: Jeff Danna & Mychael Danna
Produzione: Eagle Pictures
Paese d’origine: USA - 2007
Durata: 113 minuti

 

Una piccola riflessione: avendo un pò di dimestichezza con la lingua inglese avremmo preferito che il distributore italiano di questo elegante legal thriller avesse mantenuto il titolo originale “Fracture”, di gran lunga più evocativo ed originale del pessimo adattamento italiano, “Il Caso Thomas Crawford”, anonimo e francamente sempliciotto nel suo proporre un’assonanza lessicale al celebre “Il Caso Thomas Crown” con Steve McQueen.
Forse si voleva suggerire un parallelismo tra i personaggi dei due film, entrambi miliardari, entrambi intelligenti ed un passo avanti rispetto agli altri, ma il nome “Fracture” (frattura, punto di rottura) è più calzante alla pellicola, riassumendone da solo la trama: un cercare un punto debole, di rottura nelle persone e nel sistema. E’ quello che tenta di fare il personaggio di Thomas Crawford (Anthony Hopkins), un ricco ingegnere il cui piano viene rappresentato fin dai primi minuti del film: uccidere la moglie che lo tradisce con un altro uomo, inquinare magistralmente le prove e sfruttare le falle nel sistema giudiziario americano per cavarsela con il minimo sforzo, trascinando al tempo stesso l’amante della consorte nel fango. A contrastarlo c’è Willy Beachum (Ryan Gosling), un giovane avvocato dell’accusa che, abituato a vincere, per presunzione sembra soccombere all’accusato ma poi ingaggia un duello legale e mentale con lui.

Il film è girato con una certa eleganza da Gregory Hoblit ed ha uno sviluppo narrativo inizialmente interessante che, purtroppo, finisce per promettere molto e mantenere poco. Sicuramente la parte migliore del film è costituita dal suo primo tempo, intrigante nell’ introdurre al pubblico i protagonisti ed alcuni degli elementi della trama che verranno rivelati poi in seguito.
Il pubblico sa già fin dall’inizio che Thomas Crawford è colpevole, ma quello che non sa è in cosa consiste il suo piano: se e come Crawford pensa di “fregare” il sistema, se ci riuscirà o se il giovane avvocato dell’accusa dimostrerà la sua colpevolezza. La trama è agile ed ambigua quel che basta per mantenere la suspence e l’incertezza quasi fino alla fine, ma poi il gioco obbliga gli autori a mostrare le proprie carte svelando qualche bluff.
Ad un meccanismo iniziale intrigante segue nella seconda parte una risoluzione piatta, che arriva al termine di alcuni sviluppi macchinosi che, seppur girati con dovizia di particolari ed anche un’indubbia armonia, finiscono per girare a vuoto apparendo inconsistenti e ciclici.

L’ambiguità labirintica del personaggio interpretato da Hopkins è poi una delle falle maggiori del film; un’ambiguità che è portata all’estremo rivelando una certa povertà di idee alla base della sua caratterizzazione, con un Hopkins che ripropone elementi del suo Hannibal Lecter, come l’inquietante rigidità dei lineamenti, lo sguardo fisso ed i leggerissimi ammiccamenti (l’occhiolino che spesso fa ai presenti) che, se da un lato fanno piacere vedere ancora, dall’altro non rappresentano niente di nuovo. Si fa soprattutto l’errore di rendere il personaggio estremamente provocatorio e tagliente nei confronti degli altri soggetti senza però scavare nel profondo della sua psicologia, per illustrare le proprie motivazioni al di là di alcune enigmatiche frasi all’inizio del film. Il risultato è un cattivo glaciale da fumetto.

Blando poi il confronto psicologico con il personaggio dell’avvocato, figura abbastanza ipocrita ed irritante (non so quanto prevista volontariamente dalla sceneggiatura) la cui redenzione morale appare zoppicante durante il film, dilatando la trama con alcuni particolari della propria carriera come l’indefinito rapporto sentimental-professionale con il suo capo Nikki Gardner (una gradevole Rosamund Pike), che comunque rimane irrisolto.
Al di là poi del magnetismo di Hopkins, tutti gli altri personaggi/attori appaiono poco focalizzati, a cominciare dal coprotagonista -l’emergente Ryan Gosling- che, nonostante abbia una recitazione non enfatica e con alcune buone espressioni, appare comunque abbastanza anonimo e poco convincente nel ruolo di avvocato.
In sintesi, “Il Caso Thomas Crawford” è un film riuscito a metà, apprezzabile per alcuni versi, dimenticabile per molti altri, che ha come punto di forza ma anche come maggiore debolezza un Anthony Hopkins il quale, nonostante sia uno splendido attore, rischia con questo genere di pellicole di riciclare all’infinito lo stesso personaggio.

Nota: non abbiamo capito perché, nonostante il titolo italiano sia “Il Caso Thomas Crawford”, si sia mantenuto poi nel film il nome originale del personaggio, Theodore Crawford. Misteri del doppiaggio italiano oppure semplice sciatteria...

Paolo Pugliese