Film
svagato e nostalgico, “I Love Radio Rock” racconta
in maniera scanzonata le atmosfere dell’Inghilterra
nella seconda metà degli anni ’60, in un periodo
attraversato da cambiamenti artistici, musicali e sociali
riassumibili soprattutto nell’avvento del Rock.
I film parte dall’incipit che nel 1966 -il periodo
più straordinario per il pop britannico–
i canali radio nazionali trasmettevano solo 2 ore di musica
rock alla settimana, dando maggiore spazio a quella classica
e da camera. A recepire i gusti della fascia di ascoltatori
più giovani (che rappresentavano il 60% del pubblico)
ci pensavano invece le Radio Pirate, in aperta violazione
della legge che vietava trasmissioni di emittenti private,
mandando in onda 24 ore al giorno musica Rock. Un genere considerato
trasgressivo e sovversivo dalle autorità conservatrici
inglesi, ma vitale dalla gente al di sotto dei 30 anni di
età.
Partendo
da fatti realmente accaduti, la pellicola si concede la divagazione
di creare personaggi ex-novo per raccontare la battaglia tra
emittenti fuorilegge ed autorità inglesi, quest’ultime
rappresentate dall’odioso e rigido Ministro Dormandy,
contrapposto all’allegra ciurma di Radio Rock,
che aggira la legge trasmettendo da una nave nel bel mezzo
del Mare del Nord.
La storia si apre con Carl (Tom Sturridge), un adolescente
che è stato espulso da scuola e che la madre, con una
decisione sopra le righe il cui significato sarà svelato
verso il finale, spedisce presso il suo padrino Quentin (Bill
Nighy). Quentin è il proprietario appunto di Radio
Rock e leader di un eclettico equipaggio di DJ che hanno
fatto del Rock and Roll una scelta di vita e di libertà,
vivendo e lavorando su una nave nel bel mezzo dell’oceano.
Contro di loro si scatenerà il puritano Ministro Dormandy
(Kenneth Branagh) che si adopererà con ogni mezzo per
reprimere le trasmissioni della Radio. Grazie all’esperienza
maturata, Carl scoprirà le proprie attitudini, oltre
all’amore, le gioie del sesso e l’amicizia con
gente dalla personalità esuberante e non certo comune
come i DJ Gavin (Rhys Ifans) e Il Conte (Philip Seymour Hoffman).
Sceneggiatore
di film come “Il diario di Bridget Jones”, “Notting
Hill”, “Quattro matrimoni e un funerale”
e regista di “Love actually”, Richard Curtis è
alfiere di un cinema garbato ed ironico, raccontando in maniera
leggera e spiritosa le vicende dell’insolito equipaggio
sullo sfondo della lotta tra Stato ed emittenti libere. Il
film non ha pretese né volontà di ricostruzione
e verosimiglianza storica, concentrandosi soprattutto sulle
dinamiche dei protagonisti a bordo della Nave Radio, con molte
gags, molta musica d’annata, ma decisamente poca introspezione
e caratterizzazione psicologica. Gli eventi di un periodo
epocale per la libertà d’espressione in Inghilterra
rimangono un pò sospesi, dando ampio spazio a personaggi
che, nonostante la loro simpatia e la bravura degli interpreti,
rimangono sostanzialmente fini a sé stessi, con una
storia che -nonostante la prosa scanzonata e lo spettacolare
finale- non decolla mai veramente, ma si limita a volare basso
sul filo della commediola nostalgica e di costume.
Nonostante queste lacune, il film è molto godibile
e fluido, tecnicamente ben girato ed arricchito da un’ottima
colonna sonora e da belle scenografie e costumi “vintage”,
che vedono ogni membro del cast impersonare un aspetto di
quegli anni (da Mary Quant ai Beatles, dai Mods ai Rolling
Stones, passando per i Doors).
Ciliegina sulla torta, un cast bene assortito che, sorvolando
su due grandi interpreti come Philip Seymour Hoffman e Kenneth
Branagh qui un pò troppo gigioneschi, schiera un manipolo
di attori caratteristi davvero bravi e simpatici, come Bill
Nighy (“Underworld”, “Still Crazy”,
“Shaun of Dead”), Rhys Ifans (“Piovuto dal
Cielo”, “Nothing Hill”), Nick Frost e Martin
Freeman.
Paolo
Pugliese