Clive
Owen (“Sin City”, “Closer”, “King
Arthur”) e Julianne Moore (“Hannibal”, “The
Forgotten”) sono i protagonisti di questo film di fantascienza
post-apocalittico diretto dal regista spagnolo Alfonso Cuarón
(“Harry Potter e il prigioniero di Azkaban").
Anno 2027: l’umanità è precipitata nel
caos e nell’anarchia perché incapace di procreare
e quindi sull’orlo dell’estinzione, con atti terroristici,
gli anziani spinti al suicidio e le varie nazioni che salvaguardano
con la forza i propri confini trattando come criminali gli
immigrati. In una Londra in preda alla guerra civile tra vari
gruppi nazionalistici, Owen interpreta l’amareggiato
e disilluso burocrate Theodore al quale però, contattato
da un gruppo di dissidenti chiamato “Pesci”, viene
affidato un compito di incredibile e vitale importanza: proteggere
e portare al sicuro una giovane profuga di colore pErché
è l'unica donna incinta sulla faccia del pianeta e
quindi anche l’ultima speranza per la sopravvivenza
del genere umano.
Ci troviamo di fronte ad un’opera di fantascienza anomala
e molto personale, per certi versi anche nostalgica, con il
talentuoso Cuarón che racconta con toni cupi e pessimistici
quella che potrebbe per lui essere la fine del nostro mondo,
teso all’auto-annientamento ed incapace di trovare una
soluzione persino sull’orlo del baratro dell’estinzione.
“I Figli degli Uomini” è un film complesso
e dai toni fortemente scettici sulla natura umana, che lascia
sconcertati gli spettatori raccontando una storia futurista
e distopica che fa da specchio alla nostra realtà senza
retorica o ideologia, ma con frequente uso di metafore ed
allegorie; la storia ha chiari intenti pedagogici, imbastendo
una trama in cui si intersecano vari argomenti d’attualità
come l’immigrazione, la guerra civile, il terrorismo,
l’ecosistema violato con altri argomenti futuristici
e religiosi quali la sterilità, il mondo in preda al
caos apocalittico e l’avvento di un Salvatore, portato
in grembo da una neo-Madonna di colore.
Il lavoro di Cuarón però non riesce ad essere
all’altezza delle proprie ambizioni: le tematiche del
film si presentano intriganti e complesse, ma la loro trattazione
rimane superficiale e poco approfondita, rischiando anche
sia di sovrapporsi ed affollare eccessivamente la trama sia
di scadere nella pedanteria.
Comunque,
pur anche non originalissimo nei concetti e nelle ambientazioni
futuristico-decadenti (il mondo nel caos e nella sterilità
era stato già raccontato in vecchi film come “2022:
i Sopravvissuti”, “Alfa & Omega-Il Principio
della Fine”, “Brazil” e “Mad Max/Interceptor”)
e pur apparendo enfatico e forzato nella rappresentazione
dei suoi elementi, “I Figli degli Uomini” rimane
un’opera interessante che non annoia mai grazie al virtuosistico
stile di regia dark e vibrante di Cuarón il quale imbastisce
lo sviluppo del film con interessanti piani sequenza senza
stacchi di montaggio ed ottimi movimenti di cinepresa. Degno
di nota anche l’ottica narrativa del film, con tutto
lo scenario apocalittico svelato attraverso il personaggio
di Theodore, presente in ogni scena e seguito dalla telecamera/occhio
del pubblico come testimone ed anfitrione della storia.
Per quanto riguarda le interpretazioni, Clive Owen ha un viso
che sembra scavato nel dolore e nella fatica, ma appare qua
e là spaesato e quasi fuori posto interpretando un
antieroe disilluso e solo in apparenza indifferente agli eventi
che ricorda (troppo) il carachter del cacciatore di androidi
Rick Deckard interpretato da Harrison Ford in “Blade
Runner”. Purtroppo, da questo punto di vista, tra i
difetti della sceneggiatura c’è anche una caratterizzazione
dei personaggi molto convenzionale. Se poi la performance
di Julianne Moore è ai minimi storici, intensa e commovente,
invece, la purtroppo breve apparizione di Michael Caine. Nostalgica
e di effetto, infine, la colonna sonora composta da brani
d’annata di John Lennon, Deep Purple e King Crimson.
Marco
Valerio