Per
quattro scapoli del villaggio di Killcoulin's Leap la vita
trascorre in maniera lenta e monotona. Il remoto paesino irlandese
non da prospettiva alcuna: niente lavoro, pochissime donne
in età da marito e la vita notturna è praticamente
inesistente. Il gruppetto di amici sembra essere impantanato
a vivere il resto dei loro giorni all'insegna di una noia
infinita, ma quando uno di loro decide di partire alla ricerca
di miglior fortuna, gli altri ritengono sia giunto il momento
di agire. Se solo potessero raggranellare del denaro, la via
di fuga sarebbe aperta. In breve ordiscono un piano: rapinare
un carico di Viagra per poi rivenderlo sulla piazza di Amsterdam.
Dal momento che le pillole contro la disfunzione erettile
sono del tutto legali, questo non farebbe di loro degli spacciatori
di droga... almeno in teoria. Il piano sembra funzionare e,
dopo una serie di disavventure, i nostri eroi riescono finalmente
a mettere le mani sul prezioso carico. Ma c'è un problema:
la merce che pensavano potesse avere un valore di alcune migliaia
di sterline in realtà vale 63 milioni di dollari e
la ditta Pfizer (che produce il Viagra) decide invece di inviare
dagli Stati Uniti una squadra investigativa per ritrovare
la refurtiva e mettere le mani sui ladri. I quattro si trovano
a dover improvvisare, nascondendo la merce nel pozzo della
sorgente della città chiamato "dell'acqua santa".
Ma come talvolta può accadere, il prezioso contenuto
viene a contatto con l'acqua potabile della falda usata dal
villaggio, a causa della rottura di uno dei contenitori. E
solo questione di giorni e uno dei più sonnolenti paesini
irlandesi si trasforma in uno dei più attivi sul fronte
sessuale.
Arrivato
con due anni di ritardo nelle sale italiane, “Holy Water”
è un film ruffiano, pretestuoso nella sua idea di base
e minimalista nel suo sviluppo. La ruffianeria è costituita
dal suo rivestirsi della connotazione di “commedia sociale”,
alla quale il cinema inglese deve il suo rilancio in questi
ultimi anni, presentando invece una desolante povertà
di idee e nessuna intenzione di approfondimento degli aspetti
della realtà locale britannica per poter poi usarne
il contesto come sfondo significativo per storie, concetti
e personaggi. Nello specifico, avendo come modello di riferimento
“Full Monthy”, capostipite della nuova tendenza
cinematografica britannica, “Holy Water” vorrebbe
inserirsi nel filone delle commedie proletarie, la cui caratterista
principale è che i toni brillanti devono sommarsi a
precise connotazioni di critica e denuncia sociale e politica;
niente di tutto questo invece accade nel film, la cui trama,
radicata nel background di un piccolo villaggio irlandese
con bassissime prospettive da un punto di vista di lavoro
e di vita sociale, è solo un pretesto per imbastire
una sgangherata storia alla “Soliti Ignoti”, con
una banda di improvvisati e sprovveduti rapinatori le cui
vicende sono narrate in maniera improbabile e raffazzonata.
La storia è costituita da una caratterizzazione banale
e stantia per quanto riguarda i personaggi presenti, oltre
che da sviluppi rozzi e scalcagnati sul fronte narrativo che
finiscono per virare sul pecoreccio becero quando le pillole
di Viagra finiscono nella falda acquifera del villaggio, provocando
un inarrestabile appetito sessuale nei residenti: espediente
quanto meno approssimativo ed ignorante, visto che la famosa
pillola blu è un semplice vasodilatatore e non certo
un potente afrodisiaco.
Regia
anonima e cast composto da attori poco convinti e poco espressivi
alle prese con ruoli superficiali e fin troppo sopra le righe
per risultare simpatici al pubblico: tra loro svettano i fratelli
John e Susan Lynch (la coppia di consanguinei che gestiscono
lo scalcagnato hotel del villaggio) oltre ad una sprecatissima
(ed invecchiata) Linda Hamilton, che da Hollywood si ritrova
qui in trasferta ad interpretare un personaggio che cita sé
stessa ed il ruolo che le ha dato gloria anni fa, ovvero quello
della guerriera Sarah Connor della saga di “Terminator”.
Paolo
Pugliese