Secondo
film di Xavier Gens, dopo l’horror “Frontiere(s)”
che ha riscosso molti consensi sia a Toronto che a Sitges,
“Hitman” è al momento l’ultimo tra
i personaggi video-ludici ad essere stato trasferito su grande
schermo.
Il killer il cui unico nome è “47”, calvo
e con tanto di codice a barre tatuato sulla nuca, viene infatti
dalla fortunata saga della Eidos che lo vede protagonista,
ormai giunta al quarto capitolo (Hitman: Blood Money). Il
gioco originale lasciava il giocatore libero di scegliere
come affrontare le missioni che gli venivano proposte, con
un approccio “stealth” (aggirare il nemico)
e più ragionato oppure con uno da sparatutto, più
radicalmente votato al massacro.
Inutile dire che il “47” cinematografico preferisce
optare per la seconda soluzione, molto più coreografica
ed anche più gratificante per lo spettatore. Il primo
e più spinoso problema che devono affrontare le trasposizioni
dai videogiochi è quello di imbastire una sceneggiatura
decente o almeno credibile, senza tradire il personaggio originario.
Skip Woods (già sceneggiatore dell’inutile
“Codice: Swordfish”) ci svela nel prologo
l’esistenza di una misteriosa Organizzazione, che alleva
orfani di tutte le nazionalità allo scopo di farli
diventare dei killer professionisti, spietati e privi di emozioni.
L’Agente 47, inviato in Russia per uccidere il Presidente
Belicoff, si troverà invischiato in una rete di tradimenti
e cambi di fronte, finendo per ritrovarsi braccato anche dalla
sua stessa organizzazione.
Il
plot è abbastanza tradizionale e non riserva grosse
sorprese né stravolgimenti particolarmente audaci,
con i consueti cambi di set a cui ci ha abituato il genere
(Nigeria, Londra, Mosca, Istanbul, San Pietroburgo)
e poi perfidi doppiogiochisti, chirurgie plastiche truffaldine
e conflitti tra Interpol, CIA e servizi segreti russi. E’
abbastanza visibile l’influenza di Luc Besson, che coproduce
con la sua EuroCorp, non solo per quanto riguarda la descrizione
dell’Organizzazione che addestra killer perfetti quanto
letali ("Nikita"), ma anche per il rapporto tra
l’Agente 47 e Nika, una prostituta tenuta pressoché
in schiavitù dal cattivissimo fratello di Belicoff,
che riecheggia quello tra Jean Reno e Natalie Portman in “Léon”,
pur con tutti gli aggiornamenti seduttivi del caso. Gens rispetta
pienamente la consolidata iconografia del personaggio, abito
nero, camicia bianca e cravatta rossa, clonando persino il
design molto cool delle sue pistole ed il portatile che gli
invia le informazioni, ma non riesce ad infondergli quell’alito
di vita che avrebbe fatto la differenza, nonostante la buona
prova di Timothy Olyphant (l’antagonista di Bruce Willis
in “Live Free or Die Hard”) che cerca di donare
al suo personaggio un pizzico di humour e di umanità.
Non
mancano le strizzatine d’occhio autoreferenziali agli
appassionati della serie dato che alcune inquadrature, come
quelle in terza persona nell’albergo con la camera alle
spalle dell’Agente 47, mimano quelle del videogioco,
ed in una scena Olyphant sorprende due ragazzi che stanno
giocando proprio ad “Hitman”. Dalla serie della
Eidos discendono anche alcune ambientazioni, come la stazione
ferroviaria e la chiesa a San Pietroburgo, ed in molti punti
la fotografia di Laurent Barès insegue l’effetto
di rendering fotorealistico dei filmati in CGI che intervallano
le varie missioni, mentre nei momenti più squisitamente
action entra in scena lo slow motion (o meglio, il bullet
time di “Max Payne”) che comunque fa molto
videogame. La regia di Gens è sorprendentemente lontana
dal parossismo delirante ma spassoso di molti suoi colleghi
francesi (Kounen, Renoh, Siri, Gans), che mixano
un po’ a casaccio l’action deviante di Hong Kong
con quello testosteronico di Hollywood; oltre a non risparmiare
temibili bordate di kitsch allo spettatore (vedi l’uso
dell’Ave Maria di Schubert), risulta anche troppo
controllata e sui generis, persino in scene promettenti come
quella del combattimento all’arma bianca in metropolitana
tra l’Agente 47 e quattro killer dell’Organizzazione,
tutti rigorosamente calvi e con il codice a barre.
Alcuni
recensori americani, esagerando, hanno bollato il film come
Eurotrash. In realtà “Hitman”
non è una delle peggiori trasposizioni video-ludiche
degli ultimi tempi, ed è senz’altro superiore
ad obbrobri come “Resident evil: Extinction”,
“House of Dead” o “Doom”, anche se
l’ombra del “game over” è sempre
dietro l’angolo.
Nicola
Picchi