A
16 anni Hanna (Saoirse Ronan) non conosce altro che una casa
nascosta nel fitto di un bosco, nella Finlandia settentrionale,
dove vive con il padre Erik (Eric Bana). Il genitore, un ex-agente
segreto in fuga dalla sua agenzia corrotta, l’ha addestrata
per essere un killer perfetto e spietato, in grado di affrontare
qualunque situazione avversa e sopravvivere in qualsiasi terreno,
ma a costo della sua stessa innocenza, forzandola a diventare
una persona gelida e iperrazionale. Un giorno Erik decide
che Hanna è pronta ad iniziare la missione per la quale
l’aveva duramente preparata. Prima che lei e suo padre
possano riunirsi a Berlino come pianificato, Hanna deve seguire
un elaborato piano per trovare la spietata Marissa Wiegler
(Cate Blanchett), a capo dell’agenzia; nel corso del
suo viaggio, si lega ad una famiglia francese in viaggio in
camper che cerca di aiutarla, assaporando brevemente la vita
di una normale adolescente...
Una
ragazzina killer in cerca di vendetta, servizi segreti, fughe
impossibili e dramma familiari irrisolti sono gli ingredienti
principali di questa curiosa spy-story drammatica, che vanta
il pregio di avere atmosfere molto distanti dai classici action
di spionaggio made in Hollywood; la sua impronta ruvida, da
favola crudele, avrebbe poi fatto la differenza (positiva)
con altri film, ma purtroppo il risultato finale è
lontano dall’essere perfetto, né è tantomeno
godibile. L’idea di base di “Hanna” era
sulla carta abbastanza intrigante, ma la sceneggiatura tocca
vette di demenzialità involontaria, con buchi logici
(vedi la fuga di Hanna dal centro di detenzione, girata
in maniera astratta), incoerenze temporali (si salta
da un luogo all’altro), nemici improbabili e l’ulteriore
peso di una realizzazione fin troppo artefatta da parte del
regista Joe Wright; la sua è una regia pretenziosa
che, nella ricerca di un’originalità stilistica
e minimalista, finisce per essere solo pasticciata. Con tagli
obliqui della cinepresa, inquadrature fuori campo, messe a
fuoco alterne e un montaggio altalenante, il film ha una sintassi
narrativa ridondante e cacofonica, con sequenze d’azione
alternate a lunghissime pause, quasi psichedeliche nel corso
del racconto, che non aggiungono nulla alla caratterizzazione
quanto mai sintetica dei personaggi principali (padre, figlia,
matrigna cattiva), i quali, forse, avrebbero necessitato di
qualche raccordo ed approfondimento psicologico ed esistenziale
in più per risultare credibili.
“Hanna”
è un film, insomma, che promette tanto, ma mantiene
davvero molto poco, con vicende che anziché prendere
progressivamente forma, si disperdono in trovate narrative
incoerenti, condite da uno stilismo visivo fine a sé
stesso che tenta, senza riuscirci pienamente, di tracciare
il ritratto di una ragazzina borderline, predestinata ad un
viaggio intimista di vendetta ed all’uso della violenza
come semplice strumento, senza intaccare il candore della
sua anima adolescenziale.
Tra le cose da salvare del film c’è sicuramente
l’angosciante colonna sonora composta dal duo Chemical
Brothers, oltre alla scelta (non casuale) di ambientare
il combattimento risolutivo in un parco giochi per bambini,
ed infine l’efficacia interpretativa sia di una gelida
Cate Blanchett sia della giovane e talentuosa Saoirse Ronan,
la quale dona ad Hanna quello spessore che sceneggiatura e
regia non sono riusciti a dare.
Marco
Valerio