Campione
d’incassi tanto in America quanto in Italia, “Hancock”
è un film che, nonostante il parere sfavorevole della
critica, sembra avere tutti gli ingredienti giusti per il
successo di pubblico che sta ottenendo: la tipologia è
quella classica del blockbuster d’intrattenimento, con
un protagonista molto amato come Will Smith, una bella patner
come Charlize Theron, spettacolari effetti speciali e soprattutto
l'intenzione di colmare una lacuna cinematografica hollywoodiana
che, dopo tanti film su supereroi bianchi tipo Spider-Man
o Iron-Man, ci regala un Superman afroamericano.
Per non risultare un semplice clone di colore del celebre
Uomo d’Acciaio dei fumetti -citato tra l’altro
in un paio di scene- il film gioca (almeno all’inizio)
la carta della commedia brillante, con una caratterizzazione
del protagonista felicemente poco eroica: l’Hancock
del titolo, infatti, è un supereroe semi-immortale
e misantropo che, per il fatto di essere un alcolizzato e
di usare poco assennatamente i suoi enormi poteri, ha una
pessima immagine pubblica ed un alto numero di danni provocati
alla città combattendo il crimine. L’incontro
con l’esperto di pubbliche relazioni Ray Embry, al quale
salva la vita, lo convince a rimettere insieme i pezzi della
sua carriera di paladino del bene, cercando di ricostruire
il rapporto di fiducia con i cittadini e le autorità.
“Hancock”
vorrebbe essere sulla carta un film trasversale, con una storia
più complessa rispetto a quella di irriverente variante
di un sotto-genere cinematografico: inizia infatti con i toni
brillanti di una commedia a sfondo supereroistico (e la
prima mezz’ora è la parte migliore del film),
ma tra una gag e l’altra assume toni cupi ed introspettivi,
piegando nel secondo tempo su un registro drammatico incentrato
sul concetto della responsabilità che deriva da un
grande potere e sulla ricerca di sé stessi. Il problema
è che forse il film sarebbe risultato migliore come
commedia (magari insistendo sulla connotazione sarcastica),
ma qui si è invece voluto volare alto con ambizioni
non supportate da idee convincenti: dopo un inizio promettente,
la storia si accartoccia su sé stessa procedendo senza
una direzione stilistica precisa, saltando di genere in genere
(supereroistico, commedia, drammatico, azione, sentimentale)
con degli stacchi troppo netti per poter risultare ben amalgamati
tra loro, dando al pubblico un senso di forzata gratuità
in tutta la storia.
Inoltre, eventuali contenuti ed introspezioni sono raccontati
in maniera molto superficiale e semplicistica, con dialoghi
poveri di spunti in linea con le caratterizzazioni dei personaggi
piatte e convenzionali, specie quando la storia si evolve
con un colpo di scena abbastanza prevedibile sul passato del
protagonista, le cui origini sono lievemente accennate e gestite
in maniera arbitraria ed altalenante.
Altra
grave lacuna è che il film non ha un villain
principale, cioè un vero e proprio antagonista dell’eroe,
salvo introdurne uno negli ultimi venti minuti per esigenze
di copione il quale però risulta troppo approssimativo
e poco carismatico per lasciare il segno e dare senso compiuto
al contro-finale drammatico del film, la cui credibilità
narrativa affonda anche sotto il peso di un buonismo che si
fa progressivamente sempre più marcato.
La regia di Peter Berg (“The Kingdom”, “Cose
molto Cattive”) è anonima ma funzionale da un
punto di vista tecnico, vantando un buon ritmo, un uso efficace
degli effetti speciali e sequenze d’azione abbastanza
spettacolari; il tutto non evita comunque un risultato abbastanza
banale e prevedibile, salvato solo in parte dal carisma della
star Will Smith e dalla bellezza del premio Oscar Charlize
Theron, la quale ha l’aria di chi sia passata per caso
sul set del film sbagliato.
Paolo
Pugliese