Eva
è una giovane ragazza romena che parte dalla lontana
Bucharest per Melfi: di lei sappiamo solo che era una operaia
in una fabbrica a cui non è stato rinnovato il contratto,
e che parte per l’Italia in cerca di una nuova vita.
Non è la classica badante, preda di soprusi, e va fiera
della sua persona.
Anna è invece una giovane operaia di Melfi: vive coi
genitori e con la nonna materna gravemente malata. Non ha
sogni, né speranze, né progetti: la sua vita
è sempre la stessa, tutti i giorni sono uguali, proprio
come in una incessante catena di montaggio. E proprio quando
la fabbrica in cui è operaia chiude per un incidente,
Anna si trova a vivere la stessa esperienza di Eva, decidendo
di partire verso una nuova esperienza di vita.
Due
ragazze, due mondi così lontani e così diversi,
ma ancora così simili tra di loro, entrambi in cerca
di una identità che finora è stato loro negata
e che si presenta più prepotente che mai in questo
scherzo del destino, mettendole una di fronte all’altra
in un dramma crudele. Primo lungometraggio di Massimo Coppola,
già noto autore per la rete MTV Italia, questo film
ci sorprende per la semplicità della storia che ci
vuole raccontare.
Due giovani che vivono in un mondo in cui ogni speranza, ogni
attimo di felicità, è stato loro negato, e che
hanno lavorato in un ambiente, quello delle fabbriche, in
cui si tende sempre più ad essere una ruota dell’ingranaggio,
un semplice numero di matricola, e niente più. Se Eva,
però, parte per Melfi in cerca di un qualcosa, come
si vedrà a metà della pellicola, inseguendo
un affetto lontano, Anna sta vivendo la stessa identica situazione
in Italia, in FIAT: uno scenario fatto di oscure palazzine
basse, contratti di lavoro capestro, e dove la vita è
solo un alternarsi del giorno con la notte, e dove i contatti
umani sono vicini ma oltremodo sterili.
Le
attrici, la rumena Alexandra Pirici e l’italiana Erica
Fontana, seppure alla loro prima prova sul grande schermo,
e una dizione non proprio corretta che spesso distorce le
frasi pronunciate, hanno una recitazione valida e molto convincente.
I loro volti trasmettono in tutto il film sempre un’immagine
tesa, un dolore forte di chi nutre poche speranze dal futuro,
ma che decide di continuare a vivere nonostante i molteplici
sacrifici. Il panorama, soprattutto, inquadrato dalla fotografia
dai toni forti, scuri, accentua questo disagio nelle facce
dei protagonisti: scavate, smunte, affrante, in questa terra
che non offre possibilità di scelta, e che è
circondata solo da acciaio e lamiere.
La colonna sonora, poi, è sempre giocata su toni alti,
metallici, che si rifanno ai rumori delle fabbriche: tendono
a stordire, ma in essa gli attori cercano una via di fuga
dalla realtà troppo opprimente. Magistrale prendere
pezzi dei Joy Division, un gruppo che con l’ossessione
e l’ansia, ci conduce in un ruolo chiave per tutta la
durata del film e che ci porta nel finale aperto.
Una
pellicola che in questi tempi di crisi è perfetta per
descrivere le incognite che le persone, ma soprattutto i giovani,
devono affrontare e che ci rimanda tutta la frustrazione che
essi provano giorno dopo giorno. Forse non c’è
speranza per loro ma vanno avanti verso la luce, seppure costellata
di toni grigi e funebri.
Alessandro Cristofaro