A
PROVA DI MORTE è la caratteristica del potente bolide
di un serial killer molto particolare: Stuntman Mike McCain
(Kurt Russell), un nostalgico del cinema quanto misogino psicopatico
con cicatrice in viso, il quale gira per il Texas alla ricerca
di giovani ragazze da uccidere a bordo della sua auto corazzata.
Il film è diviso in due parti: nella prima, l'uomo
avvicina in un locale le procaci ed aggressive Jungle Julia
(Sydney Tamiia Poitier, complimenti al papà), Shanna
(Jordan Ladd) ed Arlene (l’inquieta Vanessa Ferlito)
che falcia poi in un incidente mortale, ma non prima di aver
dato un passaggio ad una cretinetta che ammazza a colpi di
violente frenate e sterzate (mettete la cintura di sicurezza,
pare avvertire tra le righe il regista).
Tempo dopo individia altre nuove vittime, delle giovani amiche
che però si riveleranno degli ossi veramente duri che
trasformeranno Stuntman Mike da cacciatore a preda, mettendosi
al suo inseguimento fino a raggiungerlo...
Il film è tutto qui, con una storia senza né
capo né coda ed un leit motiv esilissimo che introduce
in maniera sommaria i personaggi, ma con diverse intuizioni
degna di nota come, ad esempio, l'uso dei cellulari o le lunghe
inquadrature fisse su alcuni dialoghi che sembrano suggerire
il vuoto esistenziale dei personaggi.
Da sottolineare il fatto che A PROVA DI MORTE doveva essere
il secondo episodio del film corale “Grindhouse”
girato da Quentin Tarantino insieme all’amico e collega
Robert Rodriguez, titolare dell’episodio-splatter “Planet
Terror”. Ma dopo il bagno di sangue ai botteghini americani,
si è prudentemente optato di distribuirlo come un film
a sé stante, gonfiandolo con un nuovo montaggio che
ha fatto levitare da poco più di un’ora di durata
a quasi due.
L’impianto narrativo del film però, ampliato,
finisce per girare a vuoto, con dialoghi eccessivamente lunghi,
qualunquisti e noiosi.
Non mancano i momenti spettacolari (vedi l'incidente ripreso
da più punti di vista oppure l’inseguimento finale),
ma questo GRINDHOUSE –A PROVA DI MORTE più che
un film sembra essere un solitario divertimento per Tarantino
che si cimenta con il cinema come se fosse il suo parco giochi
personale, proponendo al pubblico un’opera di riciclaggio
piena di rimandi/omaggi/recuperi/scopiazzature del cinema
trash americano degli anni ’70 (il fenomeno appunto
del Grindhouse, dove due B-Movies venivano proiettati al prezzo
di un solo biglietto), ma anche al Pulp/Poliziesco italiano
di quegli anni.
Il regista si concede, dunque, un film d’azione anarchico
e disimpegnato, con dialoghi (volutamente) ridicoli e ridondanti,
momenti di feticismo, parolacce ed autocitazioni dei suoi
film; ma, seppur visivamente divertente, A PROVA DI MORTE
ha troppe lacune per soddisfare anche il pubblico tarantiniano
più affezionato e risulta un’opera tanto artificiosa
(vedi i falsi tagli o le false sgranature e righe della pellicola
rovinata, tipiche dei film Grindhouse), quanto modesta e gratuita
dal punto di vista narrativo.
Il dubbio mi assale: se l’avesse girato qualcun altro,
ci sarebbero stati lo stesso numero di sperticati elogi per
questo film?
Paolo
Pugliese