Dall’autunno
del 1967 al Natale del ’68, Michele Placido racconta
un anno epocale per il nostro paese. Un anno di rottura, di
lotte, speranze e cambiamenti per gli studenti, gli operai
ed i contadini. Lo fa in maniera introspettiva, attraverso
le vicende di alcuni giovani che vissero quel tempo. Nicola,
giovane poliziotto pugliese con il sogno di fare l'attore
(alter ego del regista), ha il compito di infiltrarsi
tra gli studenti, facendo la conoscenza di Libero, leader
carismatico del movimento studentesco, e Laura, brillante
ed idealista borghese cattolica che aderisce alla contestazione
insieme ai suoi due fratelli minori, Giulio e Andrea, progressivamente
sempre più attivi nella lotta alla repressione del
Governo e delle forze dell’ordine.
Su un piano di ricostruzione dei fatti, il film evoca la guerra
del Vietnam e le lotte operaie che danno inizio alla contestazione
dei giovani universitari, scontenti ed insofferenti delle
rigide regole e delle ingiustizie della società di
quel tempo. Michele Placido ne ricostruisce per sommi capi
l’evoluzione mescolando ricordi biografici di quando
lui, prima di entrare nell’accademia di arte drammatica
di Roma, prestava servizio come celerino nella capitale.
Nonostante
una certa cognizione di causa, il film di Placido ha un tono
narrativo freddo, quasi distaccato, sia per ricostruzione
storica sia per vicende dei personaggi, che non convince completamente
il pubblico. Le origini del movimento sessantottino sono ricostruite
in maniera sommaria ed affrettata, con un’impostazione
eccessivamente evocativa ed enfatica nell’introduzione
dei personaggi all’interno dei fatti storici. Le cose
migliorano progressivamente man mano che si dà spazio
alle vicende dei protagonisti, attraverso i quali Placido
racconta le fasi di un movimento di ribellione inserendo molti
particolari (dal proto-femminismo alla liberalizzazione
sessuale, dall’occupazione dell’università
alle case comuni, dall’alleanza tra studenti ed i contadini
sfruttati del sud alle origini delle brigate rosse attraverso
l’uso delle Molotov), ma trascurandone altri.
Nell’insieme, il regista fotografa un clima storico
di forte disagio giovanile, ma non riesce a descrivere i personaggi
a tutto tondo, visualizzandoli piuttosto come figure simboliche
di ciò che racconta; di loro si evidenziano alla fine
solo i tratti salienti in funzione della ricostruzione storica
di quella stagione: dall’inquietudine goffa di Laura
all’insicura voglia di rottura dei suoi due fratelli,
dal furore rivoluzionario di Libero, alla presa di coscienza
di Nicola, paesano dalle origini proletarie reclutatosi in
polizia per sbarcare il lunario.
Più che personaggi, ripeto, figure iconiche di quel
periodo i cui caratteri esistenziali vengono esposti in maniera
superficiale.
Riconosciamo
comunque la difficoltà di un’operazione agiografica
del genere che, al di là di alcune lacune ed elementi
che potevano essere meglio introdotti, cerca di condensare
in meno di due ore fatti, sogni ed emozioni di un’epoca
visti da tre punti di vista differenti. Quello di Nicola –il
proletario- è il predominante e forse quello meglio
focalizzato grazie ai ricordi biografici dello stesso Placido;
poi c’è quello di Laura e dei fratelli –la
borghesia cattolica-, illustrato in maniera più
eterea, ma con una certa sensibilità per quanto riguarda
le tematiche familiari; infine c’è quello di
Libero –ovvero il movimento universitario-
che è il più defilato e meno approfondito, rimanendo
sullo sfondo del racconto insieme alle lotte studentesche.
Tecnicamente ineccepibili le sequenze di massa, con gli scontri
tra contestatori e forze dell’ordine che, mescolate
a vere immagini di repertorio, descrivono bene la situazione
di rottura e tensione sociale di quel periodo.
Bravi ed incisivi i tre protagonisti, a cominciare da Jasmine
Trinca che, nonostante un approccio interpretativo simile
a quello di altri suoi film, risulta credibile nel ruolo di
Laura, al pari di un intenso Riccardo Scamarcio ed un Luca
Argentero estremamente naturale.
Paolo
Pugliese