Alcune
delle canzoni che accompagnano le immagini di Gomorra sembrano
essere fuori luogo, eppure persino il pezzo di Tiziano Ferro
ha un suo perché. Far sembrare normale qualcosa che
effettivamente lo è, ma che non dovrebbe esserlo: dev'essere
stato questo l'obiettivo, pienamente raggiunto, di Matteo
Garrone. Perché la camorra è realtà.
Così si spiegano i pezzi del latitante locale, le musiche
da discoteca, le hit di Ferro, il dialetto come costante linguistica.
Per amplificare il senso di quotidianità di un degrado
che è visibile ma non condivisibile, che già
a chiamarlo così si pecca di troppa diplomazia. Sembra
un altro mondo, eppure è il nostro, messo a nudo da
un film che lo stesso regista definisce "apocalittico,
senza speranza".
L'estetica
e le tematiche trattate ne fanno qualcosa che esula categoricamente
dal concetto di finzione. Raccontare la dura verità
di uno dei drammi politici e sociali del nostro paese richiedeva
scelte di stile concrete e non stranianti, che rispettassero
i canoni della fiction cinematografica ma senza perdersi nell'autocelebrazione
dell'arte e, soprattutto, senza rischiare di far sembrare
il tutto troppo irreale, distante, intangibile. Perché
in Gomorra di irreale, distante e intangibile non c'è
proprio nulla. La logica della ritorsione, la minaccia come
strumento di potere, la magnificazione della prepotenza, le
guerre tra clan, lo spaccio di droga, persino la questione
dello smaltimento dei rifiuti: l'attualità di una certa
Italia arriva nei cinema e diventa protagonista delle grandi
kermesse. Le mille braccia della Camorra sono il soggetto
di un'opera al limite del neorealismo, con parte del cast
raccolto sul posto e chiamato a interpretare se stessi. O
comunque personaggi con un modus vivendi poco diverso dal
loro. Una storia corale fatta di episodi che s'incastrano,
dove necessario, come in un grande puzzle dove tutti i pezzi
sono tristemente al loro posto.
Dietro
l'apparenza del recupero di un certo cinema del passato, si
nascondono i frutti di un impegno civile ancor prima che artistico.
La forma conta ben poco, di fronte al messaggio. La corruzione
non ha confini, ma un prezzo sì, quello sempre. Così
come il coraggio, in primis quello dell'autore del bestseller
che ha innescato questo grande ordigno multimediale (Gomorra
nasce come libro, per poi finire a teatro e ora nei cinema),
quel Roberto Saviano a cui solo la retorica di un certo cinismo
intellettuale osa negare lo status di eroe contemporaneo.
Invano. Il suo è stato un autentico sacrificio, né
più né meno. Ma nonostante la strameritata fama
mondiale, nonostante le minacce che lo costringono a vivere
sotto scorta, lui dice di essere "quello di sempre,
che va in palestra per sentirsi meno solo, con il braccio
tatuato maori e con l'ossessione di raccontare letterariamente
il budello del mondo".
Un
abbandono e una solitudine che si riassumono in quel senso
di irrimediabilità trasmesso dal film di Garrone, che
sembra pervaso da un sostanziale fatalismo. Ma il Gomorra
del grande schermo si chiude con quello stesso ritmo musicale
con cui aveva iniziato, che sembra tanto un canto di guerra,
nonostante le intenzioni dell'autore fossero, molto più
umilmente, quelle di raccontare il lato umano (e disumano)
della malavita campana. Un risultato palesemente ottenuto,
ma quella di Saviano e dei suoi lettori, di Garrone e dei
suoi spettatori, è una lotta aperta contro un cancro
da estirpare. Seppur involontaria, è una battaglia
giocata sulla sensibilizzazione per mezzo del racconto, prima
testuale poi visivo. Proprio quel racconto che a leggerlo
o a vederlo ci si sente soffocare, come di fronte al più
sentito dei reportage. Storie che catturano, opprimono, innervosiscono.
La sollecitazione dei nervi e delle emozioni fa parte di quel
meccanismo di protesta che questo film non si prefigge di
alimentare, eppure lo fa. A ogni epoca i suoi eroi, anche
quelli inconsapevoli di esserlo.
Simone
Celli