Giulia
non esce la sera. Perché è in regime di semilibertà
e dopo il lavoro deve tornare in carcere.
Giulia (Valeria Golino) è una donna chiusa, difficile,
che per amore ha perso tutto, abbandonando la sua famiglia
ed uccidendo l’uomo con cui era scappata, perché
lui aveva deciso di lasciarla. Quello che le rimane è
il suo lavoro come istruttrice di nuoto.
Guido (Valerio Mastrandrea) è invece uno scrittore
di successo, in crisi di identità e con un rapporto
problematico con moglie e figlia, che decide di imparare a
nuotare. Incontra in piscina Giulia e tra i due, giorno dopo
giorno, nasce un rapporto che li avvicina progressivamente.
Grazie a questa relazione, Giulia migliora d’umore,
tentando anche un riavvicinamento con la figlia adolescente
che non vuole più saperne di lei, ma le sue speranze
ed il suo rapporto con Guido sono destinati a naufragare.
Giuseppe
Piccioni, autore di pellicole intimiste come “La vita
che vorrei”, “Fuori dal mondo” e “Il
Grande Blek”, realizza un nuovo capitolo del suo cinema
confidenziale, con storie di anime sole destinate a trovarsi
e poi perdersi. Quello del regista è un genere malinconico
che replica alcune tematiche di Michelangelo Antonioni, come
l’ineluttabilità del destino applicato ai sentimenti
oppure l’incapacità di comunicare veramente l’uno
con l’altro. Piccioni ha dimostrato ampiamente di aver
fatto sua la lezione del Maestro, rielaborandone concetti
ed elementi nel suo raccontare storie venate di dramma psicologico
e sentimentale, arricchite da un tocco di humor sottile e
cupo.
“Giulia non esce la sera” è un film diverso
dai canoni, un esempio di nouvelle vague italiana
dove personaggi, sentimenti e relazioni sono raccontati con
sensibilità ed attenzione nei dettagli, restando sospesi
in una dimensione di ineluttabilità intima, ma –dispiace
dirlo- anche incompiuta.
La sceneggiatura non è perfetta nella sua struttura,
avendo un finale aperto e diversi elementi accennati e non
portati a termine: i protagonisti dei racconti di Guido, ad
esempio, complici di intermezzi originali che attendono alla
fine di essere “completati”, tanto dal protagonista
quanto dal film; il personaggio poco centrato ed inspiegabilmente
“assente” della moglie di Guido, Benedetta (una
peraltro convincente Sonia Bergamasco), o ancora gli accenni
all’ ambiente dell’industria del libro e del Premio
letterario nei quali Guido non si riconosce. Elementi che
il film introduce con curiosità senza però mai
dargli un senso compiuto.
E’
importante dire che tutto ciò (mancanze o meno)
fa comunque parte dell’impronta manieristica di Piccioni,
teso a fare un cinema sussurrato, sospeso, composto da frammenti
di vita che scorrono davanti ai nostri occhi senza alcun apporto
manieristico ed esplicativo.
E’ indubbio, comunque, lo stile lieve e ricercato della
regia, con delle sequenze di piacevole sapore onirico nonché
di grande fascino visivo come, ad esempio, quelle realizzate
in piscina, ambientate nel Club Privè oppure aventi
come oggetto gli ombrelli.
Sul fronte interpreti, Valeria Golino porta sul grande schermo
con la consueta bravura un personaggio problematico che ricorda
leggermente quello di Grazia nel bellissimo “Respiro”,
ma ancor più duro, tormentato ed emarginato. Valerio
Mastrandrea segue a ruota, interpretando con sguardo timido
ed interrogativo il personaggio insicuro ed introverso di
Guido, che però ricalca un pò troppo ruoli da
lui già interpretati in film come “Non Pensarci”
e “Notturno Bus”.
Ottima, infine, la colonna sonora curata dal gruppo musicale
dei Baustelle.
Paolo
Pugliese