Il
dottor Bertram Pincus (Ricky Gervais) non é esattamente
una persona simpatica, né tantomeno aperta o disponibile.
Dentista freddo e distaccato, Pincus è un misantropo
cinico ed egoista che vive una perfetta e compiaciuta solitudine,
almeno fino a quando non si sottopone ad una banale operazione
di colonscopia. Durante l’intervento muore per sette
minuti e si ritrova ad avere la capacità di vedere
e parlare con gli spiriti dei defunti. Uno di questi, Frank
Herlihy (Greg Kinnear), è particolarmente insistente
e lo convince suo malgrado ad avvicinare la moglie Gwen (Téa
Leoni) per impedire un fidanzamento sbagliato. L’incontro
con Gwen e la presenza delle anime in pena erranti sulla terra,
spingerà l’algido Pincus a modificare il suo
modo di rapportarsi con gli altri, riscoprendo la propria
sensibilità e compassione.
Scritta
e diretta da David Koepp, uno dei più famosi sceneggiatori
di Hollywood (ma sicuramente non tra i migliori),
Ghost Town è una commedia romantica con un
tocco fantasy ed una prosa narrativa garbata, ma prevedibile.
Il film racconta il classico cammino di redenzione e cambiamento
di un personaggio “antipatico” che diventa una
persona migliore, grazie immancabilmente all’amore.
Niente di nuovo sotto il sole, ma la differenza tra questa
pellicola e circa un migliaio di altre con storia simile sta
nel suo protagonista: l’inglese in trasferta Ricky Gervais,
attore comico di mezza età bruttarello e soprappeso,
ma dallo sguardo e la battuta fulminanti. E sono proprio le
battute di Gervais/Pinkus il punto forte del film, con un
attore-caratterista irresistibile nella sua antipatia egocentrica
per circa metà del film, almeno fino a quando la storia
non si avvia su collaudati binari sentimentali-commoventi
in cui Pinkus si innamora ed al tempo stesso decide di aiutare
i fantasmi che si rivolgono a lui.
Se
l’originalità non è proprio la caratteristica
principale di questo film, né per evoluzione della
storia né tantomeno per lo stampo dei dialoghi, la
cosa che conforta in Ghost Town è una certa
corrispondenza con la realtà per quanto riguarda le
dinamiche dei personaggi: per una volta i protagonisti non
fanno cose stupide o esagerate o che nessuno nel mondo reale
farebbe mai solo per il semplice fatto di essere in una commedia
americana. Il finale, ampiamente intuibile, è un pò
affrettato e facilone, ma rimane aperto senza offrire la classica
lezioncina morale zuccherosa, e il pubblico ringrazia.
Paolo
Pugliese