A
17 anni, Ree Dolly (Jennifer Lawrence) è dovuta crescere
in fretta, occupandosi di una madre disabile e di due fratelli
piccoli mentre il padre sembra essere scomparso nel nulla
dopo aver impegnato la casa di famiglia per pagarsi la cauzione
ed uscire di prigione; se non si farà vedere al processo,
entro una settimana, la loro proprietà verrà
confiscata e loro perderanno tutto. Ree sa che suo padre è
coinvolto nel traffico di droga locale e produce metamfetamina,
sa che deve essergli successo qualcosa, ma non ha scelta se
non andarlo a cercare. Rifiuta di ascoltare consigli e minacce
di lasciar perdere e non mettere il naso negli affari degli
altri, anche dopo che il fratello di suo padre, Teardrop,
le dice che probabilmente è stato ucciso. Va avanti,
mettendo la propria vita in pericolo e sfidando l'omertà
della gente per salvare la sua famiglia, senza accettare le
bugie, i sotterfugi e le minacce dei suoi parenti, fino a
scoprire la verità.
Acclamata
produzione indipendente, “Un Gelido Inverno” è
un film asciutto, tagliente e doloroso, che mostra un’altra
faccia dell’America, poco conosciuta e lontana dai grattacieli
e dalle moderne highways: quella rurale e povera di una provincia
semi-selvaggia e pericolosa, dove tutti sono imparentati e
girano armati, vivendo in case fatiscenti di legno, con giardini
simili a discariche, in mezzo a boschi che nascondono segreti.
La regista Debra Granik sa raccontare una storia cruda ed
amara di vita, di morte e di omertà, senza toccare
le corde né del patetico né dell’allegorico,
mantenendo dei toni fortemente realistici che, grazie ai dettagli
di un’ambientazione provinciale, arretrata e maschilista,
assumono quasi i contorni di un racconto antropologico riguardante
un’umanità di confine, abbandonata a sé
stessa da uno stato privo di servizi e paracaduti sociali,
dove per sopravvivere, le fasce più deboli hanno da
percorrere solo la strada dell’arruolamento nell’esercito.
L’atmosfera
cupa che fa da sfondo alle vicende narrate è suggellata
da una vivida fotografia dai toni grigi e nuvolosi, che riflette
sul grande schermo un clima di ambigua omertà, di parole
non dette e verità nascoste che la giovane protagonista
dovrà affrontare. Dopo la battagliera Mattie Ross de
“Il Grinta”, questo film ci regala un altro bellissimo
personaggio femminile: Ree Dolly è una giovane adulta
che ha dovuto lasciarsi dietro la propria adolescenza sotto
il peso della responsabilità di essere il capofamiglia;
dal carattere sveglio e risoluto, la ragazza si muove con
cieca ostinazione e disperata caparbietà alla ricerca
del padre, muovendosi in un microcosmo di desolante povertà
materiale e morale, di machismo becero, sbirri malvisti, camicie
a scacchi e istituti scolastici dove insegnano alle adolescenti
la cura dei neonati e contemporaneamente le fanno marciare
in palestra col fucile in mano e ridicoli cappelli da Guardia
Nazionale. E’ nei dettagli che si nasconde l’amaro
ritratto della vera America, quella di frontiera, che la regista
dipinge parallelamente alla storia, facendo compiere alla
sua protagonista un percorso difficile durante il quale finirà
per perdere quel poco di innocenza adolescenziale che le restava,
conquistando però la speranza di una vita migliore,
come suggerisce il finale che si discosta lievemente dai toni
impietosi dell’intero racconto.
Paolo
Pugliese