"Il
Gatto con gli Stivali", ultima fatica della Dreamworks,
è uno spin-off, cioè un film in cui uno o più
dei protagonisti hanno già fatto la loro prima apparizione
in un precedente lungometraggio o telefilm. In questo caso
si tratta di un lungometraggio e l’opera in questione
è il secondo film di Shrek, dove il felino stivalato,
che si descrive come il nuovo “Gattanova” e ”
l’amante piccante “ per eccellenza, ha fatto la
sua prima apparizione. Tale è stato il riscontro di
pubblico, che in ogni film successivo dell’orco verde
lui è puntualmente riapparso, promosso al ruolo di
coprotagonista: era naturale che prima o poi, per capitalizzare
sul suo successo, si assecondassero le richieste dei fan che
lo volevano come protagonista assoluto.
Questo
film svela finalmente il passato del felino spadaccino per
antonomasia e può essere visto anche da chi non ha
mai seguito le avventure di Shrek, poiché è
assente ogni citazione alla saga. Il gatto ha poco o nulla
in comune con l’omonima fiaba o con l’adattamento
che ne fecero i giapponesi nei tardi anni ’60: il felino
è ancora oltremodo sicuro di sé al limite dell’arroganza,
è abile nella spada e furbo come ce lo ricordiamo,
ma in più è un maestro di flamenco e di seduzione,
caratteristica inedita rispetto alla fiaba originale e che
ben si adatta ad un cartone animato pensato non solo per i
bambini (veri) ma anche per quelli più “stagionati”.
Il regista Chris Miller gli ha volutamente dato un’aria
più sorniona e meno innocente, che si sposa a meraviglia
con la voce di Antonio Banderas, il quale lo doppia anche
in italiano con risultati veramente superlativi; il suo accento
marcatamente spagnolo è la ciliegina sulla torta di
un personaggio ribaldo e rubacuori, che è e si muove
come un latin lover consumato.
La
storia in cui furoreggia parla di coraggio, tradimento, avidità
e redenzione, con uno stile frenetico ma pieno di ironia pungente,
che strizza l’occhio non soltanto a Zorro, ma anche
ai film western: ad esempio, l’ingresso nella locanda
farebbe morire di invidia Clint Eastwood. L’intenzione,
per nulla nascosta, degli sceneggiatori è di rinverdire
i fasti della saga di Shrek; la trama fila via liscia e senza
intoppi ma, rispetto ai film dello stesso Shrek, si nota un’ironia
meno irriverente, meno spinta all’eccesso, con meno
citazioni cinematografiche e soprattutto i coprotagonisti
e anche gli antagonisti che non convincono pienamente, non
riuscendo a portarsi allo stesso livello di personaggi come
Ciuchino, l’omino pan di zenzero e il principe azzurro,
solo per citarne alcuni. La differenza più evidente
con la sua controparte apparsa nella saga dell’orco
è anche il punto debole del film: l’eccesso di
buonismo che il micione sprizza da ogni poro in ogni momento
della pellicola è una caratteristica che sarebbe più
adatta ad un film della Disney che a quello a cui ci ha abituato
finora la Dreamworks. Il problema non è che il gatto
non graffia: è che graffia poco.
Giulio
Pesce