IL GATTO CON GLI STIVALI
 
Titolo Originale: Puss in Boots
Genere: Animazione
Regia: Chris Miller
Sceneggiatura: Brian Lynch, David H. Steinberg, Jon Zack, Tom Wheeler
Cast doppiatori: Antonio Banderas, Salma Hayek, Billy Bob Thornton, Zach Galifianakis, Amy Sedaris, Walt Dohrn, Zeus Mendoza
Colonna Sonora: Henry Jackman
Produzione: DreamWorks Animation
Paese d’origine: USA - 2011
Durata: 90 minuti
Data di uscita: 16 Dicembre 2011

 

"Il Gatto con gli Stivali", ultima fatica della Dreamworks, è uno spin-off, cioè un film in cui uno o più dei protagonisti hanno già fatto la loro prima apparizione in un precedente lungometraggio o telefilm. In questo caso si tratta di un lungometraggio e l’opera in questione è il secondo film di Shrek, dove il felino stivalato, che si descrive come il nuovo “Gattanova” e ” l’amante piccante “ per eccellenza, ha fatto la sua prima apparizione. Tale è stato il riscontro di pubblico, che in ogni film successivo dell’orco verde lui è puntualmente riapparso, promosso al ruolo di coprotagonista: era naturale che prima o poi, per capitalizzare sul suo successo, si assecondassero le richieste dei fan che lo volevano come protagonista assoluto.

Questo film svela finalmente il passato del felino spadaccino per antonomasia e può essere visto anche da chi non ha mai seguito le avventure di Shrek, poiché è assente ogni citazione alla saga. Il gatto ha poco o nulla in comune con l’omonima fiaba o con l’adattamento che ne fecero i giapponesi nei tardi anni ’60: il felino è ancora oltremodo sicuro di sé al limite dell’arroganza, è abile nella spada e furbo come ce lo ricordiamo, ma in più è un maestro di flamenco e di seduzione, caratteristica inedita rispetto alla fiaba originale e che ben si adatta ad un cartone animato pensato non solo per i bambini (veri) ma anche per quelli più “stagionati”. Il regista Chris Miller gli ha volutamente dato un’aria più sorniona e meno innocente, che si sposa a meraviglia con la voce di Antonio Banderas, il quale lo doppia anche in italiano con risultati veramente superlativi; il suo accento marcatamente spagnolo è la ciliegina sulla torta di un personaggio ribaldo e rubacuori, che è e si muove come un latin lover consumato.

La storia in cui furoreggia parla di coraggio, tradimento, avidità e redenzione, con uno stile frenetico ma pieno di ironia pungente, che strizza l’occhio non soltanto a Zorro, ma anche ai film western: ad esempio, l’ingresso nella locanda farebbe morire di invidia Clint Eastwood. L’intenzione, per nulla nascosta, degli sceneggiatori è di rinverdire i fasti della saga di Shrek; la trama fila via liscia e senza intoppi ma, rispetto ai film dello stesso Shrek, si nota un’ironia meno irriverente, meno spinta all’eccesso, con meno citazioni cinematografiche e soprattutto i coprotagonisti e anche gli antagonisti che non convincono pienamente, non riuscendo a portarsi allo stesso livello di personaggi come Ciuchino, l’omino pan di zenzero e il principe azzurro, solo per citarne alcuni. La differenza più evidente con la sua controparte apparsa nella saga dell’orco è anche il punto debole del film: l’eccesso di buonismo che il micione sprizza da ogni poro in ogni momento della pellicola è una caratteristica che sarebbe più adatta ad un film della Disney che a quello a cui ci ha abituato finora la Dreamworks. Il problema non è che il gatto non graffia: è che graffia poco.

 

Giulio Pesce