L’amore,
l’amicizia e la guerra di mafia nella terra del Salento
dei primi anni ’90 sono i temi portanti del nuovo film
di Edoardo Winspeare, l’apprezzato regista di opere
come “Il Miracolo” e “Sangue Vivo”.
Lucia ed Ignazio sono amici d’infanzia, che si ritrovano
molti anni dopo in occasione della morte dell’amico
comune Franco, stroncato da un’overdose di eroina. Nonostante
il loro riavvicinamento, un muro invisibile sempre più
alto è destinato a dividerli a causa delle differenti
strade intraprese: Ignazio è un sostituto procuratore
che dopo tanti anni a Milano ha ottenuto finalmente il trasferimento
nella sua terra d’origine salentina, mentre Lucia, l’amica
ritrovata, è una mamma single che in realtà
guida un clan della Sacra Corona Unita alle dipendenze del
boss Carmine Za’ ed in lotta con la banda rivale
del criminale emergente Barabba.
In
linea con i suoi precedenti film, Winspeare continua a raccontare
senza filtri il mondo, i sapori ed il lato oscuro della sua
terra nei dintorni di Lecce e lo fa con una storia cupa e
disperata, dai toni fortemente intimisti e malinconici, il
cui carattere di fiction si fonde con realismo ed attenzione
alla cronaca.
La sceneggiatura racconta infatti senza ostentazioni o gratuità
narrative le storie incrociate dei due protagonisti Ignazio
e Lucia, estendendo la prospettiva ai loro rispettivi mondi
e substrati sociali, attraverso i quali il regista fa luce
sulla miseria morale e psicologica della criminalità
pugliese con sequenze disarmanti per semplicità ed
efficacia (ad esempio, ineggiare alla squadra del cuore
alla vigilia di una guerra tra clan, l’uso smodato di
droga, oppure i programmi trash visti in tv mentre si compie
giuramento di fedeltà alla cosca).
Lo
stile di Winspeare si è notevolmente raffinato, dimostrando
maggior equilibrio nel gestire fatti e personaggi, senza però
perdere quel carattere di schiettezza ed autenticità
che aveva caratterizzato i suoi lavori passati; al di là
di qualche ingenuità (il confronto tra i due quando
lui scopre la verità su di lei) ogni elemento
di contorno della storia viene illustrato o suggerito con
naturalezza, lasciando ampio spazio all’interpretazione
dei due attori Fabrizio Gifuni e Donatella Finocchiaro; se
il primo è titolare di una performance lucida e misurata,
apparendo però in certi momenti un pò fuori
contesto, quella della Finocchiaro è una prova di grandissima
interpretazione, intensa e convincente, per la quale ci sbilanciamo
a dire che questa attrice è forse l’interprete
migliore della sua generazione qui in Italia.
Credibili anche molti attori di contorno, sia professionisti
(e citiamo gli ottimi Beppe Fiorello, Giorgio Colangeli
e Gioia Spaziani) sia non professionisti, che danno al
film una struttura drammaturgica corale destinata a non lasciare
indifferenti anche gli spettatori più smaliziati.
Paolo
Pugliese