Dopo
“Il resto di niente” di Antonietta De Lillo, il cinema
prende di nuovo spunto dalla storia di Napoli per raccontare il
periodo napoleonico, che va dalla fine del ‘700 al 1815,
anno del declino dell’imperatore francese. Lo fa narrando
in parallelo la storia di Gioacchino Murat, reggente del Regno
di Napoli per un breve periodo, e la storia d’amore di un
giovane scapestrato che, pur di tornare dalla sua bella, diserta
andando incontro ad un drammatico epilogo. Narratore d’eccezione
e nodo delle due storie è un vecchio principe, amante della
letteratura e parente del giovane scapestrato. Se “Il resto
di niente” era un’opera complessa, a tratti simbolica,
con scorci surreali, per quanto la si possa infine considerare
opera sopravvalutata dalla critica, “Fuoco su di me”
si presenta come un affresco storico fatto per essere capito da
tutti, sia nei temi che nei modi.
Realizzato
con un budget abbastanza ampio ma non certo da kolossal, con soldi
messi assieme tra l’India e il distributore napoletano Stella,
con l’apporto del solito Ministero dei Beni culturali e
di Rai Cinema, il film trova i suoi punti di forza nel grande
carisma dell’impeccabile Omar Shariff, nella suggestione
dei paesaggi e degli antichi palazzi, nei costumi d’epoca.
Meno riuscita la storia d’amore, verbosa e quasi da soap,
discutibile la scelta di alcuni ruoli, primo tra tutti un Murat
impagliato, didascalico e retorico e del quale si parla tanto
ma alla fine non si viene a sapere molto. Bello il titolo, che
si riferisce tanto alla autofucilazione del Murat (che apre e
chiude la storia) che all’eruzione del Vesuvio e, forse,
anche alla bruciante passione tra i due ragazzi. Di buono c’è
che il cinema italiano frequenta poco, ormai, il film in costume,
e in ogni caso la narrazione si regge senza sforzi.
Bruno
di Marcello