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Due
amici di lunga data, Joe e Dan, e la fidanzata di questo, Parker,
decidono di prendersi una vacanza sciando per le montagne e
le cime innevate. Ma ciò che è iniziato come puro
relax si trasforma ben presto in un momento macabro: per un
errore umano si accorgono di essere bloccati sulla seggiovia,
e qui vi rimarrano fino al successivo week-end. Cosa fare? Come
comportarsi, sapendo che ogni ora che passa l’ipotermia
e il rischio di morire assiderati si fa sempre più vicino?
Occorre prendere una decisione, e mettere in salvo la propria
vita, ad ogni costo.
Dopo il successo insperato
del primo film, l’horror “Hatchet”, Adam
Green si presenta agli spettatori con “Frozen”,
che tradotto potremmo definire “Ghiacciato”. Il
titolo è particolare ed ispirato perchè se da
una parte indica una temperatura vicina allo zero, dall’altra
c’è il terrore e la paura che blocca i protagonisti
come statue di ghiaccio. L’angoscia si dipinge perfettamente
nei loro volti ed in alcune scene è tremendo assistere
impotenti allo strazio e al dolore dei corpi rimasti in balia
degli eventi atmosferici. I
giovani attori qui impegnati in questa condizione disumana
appaiono in tutta la loro estrema fragilità passando
tutte le fasi della disperazione, e dimostrando di essere
capaci di trasmettere emozioni come dei grandi attori possono.
E qui ne abbiamo tre,
provenienti da progetti indipendenti e non, che catturano
la nostra attenzione. Un viso, un sorriso, ma anche tanta
sostanza e voglia di cimentarsi e crescere nella professione
dell’attore: Kevin Zegers, da “Transamerica”,
è qui il classico ragazzo spensierato e folle che paga
per primo il rischio in questa vacanza; Shawn Ashmore, l’Uomo
Ghiaccio nella trilogia di “X-Men”, qui è
colui che da immaturo è costretto a superare le sue
fobie; mentre Emma Bell, qui alla sua prima prova sul grande
schermo, da piccola e indifesa fidanzatina americana deve
prendere coscienza di sé e affrontare la montagna in
solitaria per sopravvivere.
"Frozen" è
una pellicola che per certi versi ricalca la trama di “Open
Water”, cioè la lotta per la sopravvivenza nell’immensa
vastita dell’oceano, ma che qui ha messo a dura prova
oltre agli attori anche il regista e la troupe, obbligati
nella ripresa delle scene a doversi reggere ad una imbracatura
esterna per rendere verosimile e quanto più reali e
vivide le scene esterne sulle montagne, con precipitazioni
atmosferiche sfavorevoli. Il risultato è più
che positivo, e la cinepresa è sempre fissa sul volto
degli attori, scruta nei loro occhi, raccoglie le loro paure
e di riflesso le fa analizzare al pubblico in sala. Un
film che di sicuro incuterà timore a chi è appassionato
di sci, e che da ora in poi provocherà sensazioni contrastanti
sulla neve e sul bianco candore che ricorda.
Alessandro
Cristofaro
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