E'
interessante notare come vecchi e gloriosi cineasti ormai
un po’ in crisi creativa trovino in questi anni rinnovata
linfa e voglia di fare nella non-fiction.
È successo a John Landis, ad Emir Kusturica, a Wim
Wenders, ed è ora la volta di Sydney Pollack, il regista
di “La mia Africa” e “Tootsie”, che,
ormai intorno ai 70 anni, si cimenta per la prima volta in
un documentario, oltretutto in video, per raccontare un personaggio
rappresentativo dei nostri tempi, l’architetto Frank
Gehry, anche lui avanti con gli anni eppure attualissimo per
il successo continuato delle sue opere architettoniche tra
cui spicca il museo Guggenheim di Bilbao. Edifici che traggono
ispirazione da bozzetti fatti di poche linee curve, che si
direbbero più adatti ad ispirare quadri astratti che
edifici. In effetti vedendo lavorare Gehry, seguendo i suoi
percorsi, Pollack ci chiarisce come, più che di architettura,
in questo caso ci troviamo di fronte ad arte visiva a tutto
tondo. Gehry si può iscrivere nel registro degli artisti
contemporanei (non a caso egli stesso dice di essersi sempre
trovato molto più a suo agio tra gli artisti che tra
gli architetti) con tanto di ricerca sui materiali: cemento
e calce per lui non esistono, ogni opera ha il suo materiale
adatto.
Un buon documentario, a cui Pollack riesce a dare un sapore
colloquiale, quasi informale, partecipandovi anche in prima
persona come interlocutore di Gehry e, soprattutto, riuscendo
a fotografare le superfici realizzate da Gehry in maniera
convincente ed espressiva.
Dalle interviste, fatte oltre che al diretto interessato anche
alla moglie, allo psicanalista, ad altri artisti, architetti,
critici e così via, fuoriesce il ritratto di un artista
tormentato nell’espressione ma tranquillo nell’aspetto,
modesto nei modi ma ambizioso nella sostanza, tutto e il contrario
di tutto, insomma un genio vero, con la pretesa, come chiosa
lo psicanalista, di cambiare, almeno esteticamente, l’intero
mondo.
Bruno
Di Marcello