Ho
sempre provato grande simpatia per Harrison Ford, fin dai tempi
in cui interpretò tra la fine degli anni ’70 e l’inizio
degli ’80 tre memorabili personaggi, ovvero Han Solo di
“Guerre Stellari”, Rick Deckard in “Blade Runner”
e soprattutto Indiana Jones nell’omonima trilogia. Nel corso
degli anni ho seguito con interesse la sua carriera e mi spiace
constatare che Ford sta invecchiando davvero male, collezionando
uno dopo l’altro una sorprendente serie di film che, se
non brutti, sono quantomai sbagliati. Purtroppo questo trend non
accenna ad interrompersi e continua anche con questo suo ultimo
film: due anni dopo il clamoroso tonfo ai botteghini della pessima
commedia “Hollywood Omicide”, Ford ritorna sul grande
schermo con questo FIREWALL, un thriller informatico diretto da
Richard Loncraine (“Riccardo III”, “Rapina al
Computer”) ed incentrato a prima vista sul mondo dei sistemi
informatici bancari che parte male e finisce anche peggio.
Jack
Stanfield, padre di famiglia ed ingegnere informatico specializzato
in sistemi di sicurezza (i “Firewall”) a protezione
dei dati bancari della Landrock Pacific Bank di Seattle per la
quale lavora da vent’anni, ha messo a punto un nuovo e sofisticato
sistema anti-hacker per le transazioni bancarie informatiche a
prova di intrusione. A sua insaputa, però, è spiato
da tempo da una banda di criminali senza scrupoli i quali prendono
in ostaggio sua moglie ed i suoi due figli ordinandogli di trovare
una breccia nel sistema che lui stesso ha creato e trasferire
100 milioni di dollari su un conto estero. Senza nessuna possibilità
di uscita, con qualsiasi opzione a sua disposizione anticipata
e bloccata dal capo del gruppo criminale, Jack si piegherà
in un primo momento alle richieste, impegnandosi in una duplice
sfida tecnologica e d’intelligenza sia contro la banca che
contro i criminali per salvare la propria famiglia.
Questo
FIREWALL, diretto con mano tecnicamente esperta ma senza particolari
guizzi d’inventiva da parte del regista Loncraine, non propone
nulla di nuovo per i canoni hollywoodiani: la storia sa di già
visto, con un uomo mite preso in trappola nella classica situazione
apparentemente senza via di uscita che, grazie ad intelligenza,
coraggio e disperazione (per la sorte dei suoi cari)
ribalta la situazione mettendo in trappola gli antagonisti e permettendosi
anche di diventare protagonista di scene d’azione con immancabile
scazzottata finale regola-conti con il cattivo di turno. Niente
di nuovo, insomma, per questo film che non solo latita di originalità
e presenta diversi buchi logici abbastanza rilevanti, ma non presenta
neanche molto equilibrio nel dosare la giusta attenzione per l’esposizione
dei vari aspetti della trama, banale e prevedibile. Tutto viene
descritto sommariamente, prediligendo il meccanismo della tensione
per gli ostaggi con il protagonista ricattato piuttosto che approfondire
o almeno giustificare meglio gli altri elementi di contorno della
storia, soprattutto inerenti il piano dei sequestratori che appare
francamente astratto ed aleatorio. Anche i vari personaggi del
film sono descritti con ampia sciatteria e senza la benché
minima sfumatura, pescando a piene mani tutti i cliché
hollywoodiani sia per i cattivi, freddi ed organizzati ma non
credibili, sia per i buoni con Ford che interpreta un personaggio
praticamente uguale a quello del film “Il Fuggitivo”.
Per quanto riguarda lo sviluppo narrativo, la prima parte introduce
pigramente, con ritmo quasi soporifero, una storia che ha dalla
sua un indovinato scenario inerente la vulnerabilità tecnologica
dei sistemi informatici ma che presenta pochissima cura ed attenzione
per gli aspetti tecnici e di attuazione della truffa al computer
che il protagonista è costretto ad attuare; quest’ultimo
poi è descritto tra l’altro come una sorta di deus
ex-machina tecnologico capace di trovare qualsiasi tipo di soluzione
in pochissimo tempo e con materiale di fortuna stile l’eroe
televisivo Mac Gyver, arrivando ad usare persino il Gps del collare
del cane (ma lo vendono davvero in America?) per rintracciare
i suoi cari. Ed il film abbonda di questo tipo di soluzioni nonché
di colpi di scena prevedibili messi in fila in tutta fretta per
far proseguire una storia che, comunque, spara tutte le sue cartucce
migliori proprio nel primo tempo. Nel secondo tempo, invece, la
narrazione accelera all’improvviso inanellando una corsa
al gatto ed al topo stanca e stiracchiata che porta ad una risoluzione
finale francamente ridicola, dove il nostro eroe non ricorre alla
polizia come farebbe qualsiasi altra persona normale ma, con la
scusa di “non poter aspettare”, si getta improbabilmente
nella mischia (stiamo parlando di un ingegnere sessantenne
e sedentario che affronta da solo e disarmato una banda di delinquenti
armati ed esperti) facendo il castigamatti in una sarabanda
a base di –in ordine- auto, sparatorie, urti, esplosioni,
finestre sfondate, pugni e picconate, fino ad arrivare ad un happy
end con camminata familiare con vista sul lago che sembra una
cartolina pubblicitaria del Mulino Bianco. Un film, più
che brutto, insensato.
Paolo
Pugliese