Dopo
lo shockante documentario “Super Size Me” dell’americano
Morgan Spurlock (che si è filmato per un mese mentre
si nutriva esclusivamente di prodotti MacDonald, con gravissimi
danni alla sua salute), arriva un’altra spallata
al mondo alimentare-spazzatura americano a base di hamburger
e patatine: FAST FOOD NATION, film diretto dal poliedrico
Richard Linklater (“A Scanner Darkly”, “School
of Rock”) e trasposizione cinematografica dell’omonimo
best seller di Eric Schlosser, divenuto dal 2001 manifesto
di denuncia contro i fast food americani.
Questo film va ad unirsi al movimento di progressiva autocritica
americana sulle proprie abitudini alimentari, illustrando
la tragicomica odissea di Don Anderson (Greg Kinnear), manager
rampante di una multinazionale di Fast Food, che dopo aver
inventato il maxi-panino “Big One” si ritrova
ad avere per le mani una brutta gatta da pelare: un’indagine
interna sulla corposa presenza di poliformi fecali (letteralmente
merda di mucca) nella carne proveniente dagli allevamenti
della società. Come il protagonista di “Cuore
di Tenebra” di Conrad, il nostro attonito eroe affronterà
un viaggio da girone dantesco in allevamenti e mattatoi dalle
devastanti condizioni igieniche, tanto per i bovini assiepati
là dentro quanto per i lavoratori stessi, dove il processo
della catena di produzione è così veloce (il
tempo è danaro) che non si riesce a separare gli
intestini con le feci dal resto della carne destinata al largo
consumo la quale finisce, quindi, per essere fortemente contaminata.
Quella di Linklater è una pellicola di denuncia travestita
da (spietata) commedia, con un’esposizione lucida e
nient’affatto scontata di argomenti inerenti l’alimentazione
e la sanità americana che spesso passano clamorosamente
sotto silenzio (chissà perché?!!),
come appunto il processo della lavorazione della carne pieno
di lacune a causa della velocità dei tempi di produzione
per ottenere i massimi introiti con la minor spesa, anche
a costo dell’igiene; il film illustra anche il cinismo
dei produttori (vedi il personaggio dell’uomo d’affari
Harry Rydell interpretato da Bruce Willis) contrapposto allo
sfruttamento dei clandestini messicani impiegati e sottopagati
nella catena alimentare dei Fast Food.
Ottimo il cast, a cominciare da un attore versatile come Greg
Kinnear (“Little Miss Sunshine”, “Qualcosa
è cambiato”) e continuando con Patricia Arquette,
Wilmer Valderrama ed i cameo di Bruce Willis ed Ethan Hawke
che danno il loro contributo ad un film da applaudire anche
se non è completamente riuscito, a causa del suo ritmo
discontinuo, di alcune parti troppo prolisse e dei dialoghi
eccessivamente verbosi.
Le accuse di FAST FOOD NATION sono comunque esposte in maniera
esilarante ed al tempo stesso drammatica, dribblando happy
end facili e consolatori e non facendosi scrupolo di mostrare
scene abbastanza truculente inerenti l’allevamento e
la macellazione degli animali nel suo intento di mettere alla
berlina il lato vergognoso della globalizzazione e del capitalismo
americano, dove l’importante alla fine è solo
arricchirsi, anche a spese della salute altrui.
Marco
Valerio