Matt
Dillon (“Rusty il selvaggio”,”I Ragazzi della
56° Strada”,”Drugstore Cowboy”) è
un attore che ormai da tempo si è affrancato dal successo
giovanile dei suoi primi film negli anni ’80, arrivando
ormai alla piena maturità e prestando il suo volto all’aspirante
scrittore alcolizzato Henry Chinaski, alter ego dello scrittore
“maledetto” Charles Buchowski nella trasposizione
cinematografica di uno dei suoi più famosi romanzi, il
semiautobiografico “Factotum”.
Nel
film, ambientato a Los Angeles, viene raccontata la vita di Buchowski
come lui stesso l’ha scritta nei 2 libri sequenziali “Post
Office” e “Factotum”: una vita trascorsa tra
bar, squallidi appartamenti, fuggevoli amori, giochi d’azzardo,
episodi di vita vissuta, epocali sbronze e lavori umilissimi che
lo scrittore accettava senza troppe responsabilità unicamente
per mantenersi e portare avanti la sua passionale attività
di scrittore. Nel film viene anche illustrato il suo tempestoso
rapporto con le donne: amanti e compagne di bevute che, alla fine,
lo abbandonano a causa della sua vita sregolata. Da solo, Bukowski
passerà la sua vita di lavoro in lavoro, bevendo, giocando
ma, soprattutto, scrivendo quelli che diventeranno poi capisaldi
della letteratura americana. Diretto dal regista norvegese Bent
Hamer (quello di “Kitchen Stories”) che ne ha anche
curato la sceneggiatura, FACTOTUM è un biophic esistenzialista,
rigoroso e minimalista che racconta la vita dello scrittore aggiungendo
anche sfumature da commedia dark. Il risultato non è perfetto,
ma certamente apprezzabile, raccontando un’America suburbana
popolata da outsiders attraverso le peregrinazioni del protagonista
che viene descritto come un talentuoso ed appassionato scrittore
ma asociale e tendente all’autodistruzione nella vita di
tutti i giorni.
Dillon
ci mette anima e corpo per dar vita al disagio esistenziale ma
anche alla profonda umanità perduta in una bottiglia del
suo personaggio (bellissimi i suoi sguardi persi nel vuoto), in
una caratterizzazione credibile e sviluppata con misura e senza
enfasi, ben evidenziata dalla regia di Hamer che focalizza la
cinepresa sul protagonista, raccontando con toni sfumati, quasi
astratti, il resto della storia.
Quello che però lascia un pò interdetto il pubblico
è che, d’altro canto, il tono della narrazione non
è... narrativo: il film non prende nessuna posizione, non
racconta concretamente ma tenta di far trasparire in maniera sfumata
e silenziosa i fatti e le emozioni, cosa che non riesce sempre
perfettamente. Nonostante questo, FACTOTUM si rivela un prodotto
apprezzabile per le sue intenzioni e la sua messa in opera, ben
recitato e che esporta con una certa grazia le atmosfere dei romanzi
da cui è tratto. Una pellicola interessante, non solo per
i lettori delle opere minimaliste e bellissime di Buchowski, ma
per tutti.
Paolo Pugliese