New
Orleans. Dylan Dog (Brandon Routh), stufo di zombie e vampiri,
ha scelto di andare in pensione anticipatamente. Ma il lavoro
del detective del mistero non è davvero mai finito
e quindi è costretto a tornare in azione per decifrare
le iscrizioni ritrovate su un manufatto antico che ha il potere
di annientare l’umanità.
Di
nome ma non di fatto. L'Indagatore dell'incubo dei fumetti
Bonelli sbarca al cinema, ma non è che un surrogato.
Più che un film dell'orrore, il film dell'errore e
del malinteso. C'è Dylan Dog, ma in realtà non
c'è. Ha le fattezze dell'ultimo Superman di celluloide,
un Brandon Routh tanto carico di muscoli quanto scarico di
espressività. Ed è inevitabile rimpiangere il
Rupert Everett di Dellamorte Dellamore, opera prima e pure
nostrana ispirata al personaggio inventato nell'86 da Tiziano
Sclavi, autore di un fumetto che tra alti e bassi resta ancora
uno tra i più letti e apprezzati d'Italia. Storie surreali
e piene di pathos. Orrore vero, ricreato affondando a piene
mani nella tradizione più pura di quello stesso orrore.
E Dylan è un protagonista capace di essere protagonista
davvero, carismatico pur senza ostentarlo. E senza steroidi.
Le atmosfere sono quelle tipiche del film di cassetta, con
una tensione vicina allo zero assoluto e con caratterizzazioni
svuotate di senso. Il Dylan Dog cinematografico è più
un action-fantasy che un horror, diretto da Kevin Munroe (al
suo secondo film, dopo il cartoon “TMNT”), troppo
diverso dal suo omonimo fumetto italiano: non più inglese
ma americano, con l’azione spostata da Londra a New
Orleans, ed un Dylan divenuto una specie di avventuriero/cacciatore
di mostri (simile al personaggio interpretato da Keanu Reeves
in "Constantine") in una città dove accanto
agli umani vivono creature sovrannaturali come vampiri, licantropi
e zombies.
E'
il cinema di chi si accontenta, un film perfetto per chi Dylan
Dog non lo conosce affatto. Gli altri restino pure incollati
alle pagine di carta, l'Indagatore dell'incubo è molto
meglio leggerlo. D'altronde il regista Kevin Munroe l'aveva
detto: "Non si può appiccicare il fumetto sullo
schermo". Un tentativo sarebbe stato comunque apprezzato.
E' lo stesso film a essere pieno di debolezze, forse penalizzato
da una produzione sofferta e segnata da tante riscritture.
Godibile soltanto per mezzora, la pellicola prosegue tra sequenze
poco credibili e situazioni risolte in modo disarmante, un
make up fermo agli anni '80 ed effetti non tanto speciali.
Per non parlare di personaggi senz'anima come i tanti "non
morti" sulla scena. Lo stesso Dylan vuole fare troppo
l'americano. Rispetto a oggi, all'epoca Everett lo smilzo
partiva con alcuni metri di vantaggio rispetto a Routh il
palestrato: il protagonista del fumetto era stato creato proprio
sulle sue fattezze. Ma l'ex-Superman recita ancora come fosse
un Uomo d'Acciaio, cosa che di certo non aiuta.
Questo Dylan Dog è troppo action movie per essere lui,
troppo Twilight per essere vero. L'antica faida tra
vampiri e lupi mannari è infatti ancora una volta il
pretesto per riempire le sale. O quantomeno per provarci.
Simone
Celli