Claire
Stenwick (Julia Roberts) e Ray Koval (Clive Owen) lavorano
da anni su fronti opposti inerenti lo spionaggio industriale,
avendo militato in passato rispettivamente nella CIA e nei
servizi segreti britannici. Entrambi stanno tentando di impossessarsi
del brevetto di una formula (una lozione anti-calvizie) che
è oggetto di grossi interessi corporativi tra le due
multinazionali per cui lavorano. In una gara di astuzia ed
inganni, avviene però l’imprevedibile con le
due spie che finiscono per innamorarsi l’uno dell’altro
e, pur non fidandosi reciprocamente, decidono di collaborare
sulla formula per arricchirsi a spese dei datori di lavoro.
Il
tema del film, fin dal suo titolo “Duplicity”,
è incentrato sulla doppiezza e la simulazione, in buona
parte ben descritta dallo sceneggiatore-regista Tony Gilroy
che confeziona un film più leggero del suo precedente
“Michael Clayton”, avendo forse come modello d’ispirazione
quell’intreccio narrativo a base di mistero, ambiguità,
ironia ed eros romantico che un maestro come Alfred Hitchcock
riusciva ad infondere in acclamate opere come “Intrigo
Internazionale”, “Caccia al ladro”, “La
Finestra sul Cortile” e “Notorius”.
Purtroppo Gilroy tenta di riproporre gli elementi del cinema
di Hitchcock senza la loro stessa forza, con una sceneggiatura
che si rivela fin troppo ambiziosa e poco curata negli snodi
narrativi e nella descrizione dei personaggi. Interessante
l’ambientazione delle guerre tra multinazionali, ma
la commistione tra due generi così diversi e difficili
da applicare insieme come il thriller politico-aziendale e
la commedia rosa è davvero poco equilibrata per risultare
credibile ed interessante. La trama spionistica e romantica
viene poi svilita da un andamento esplicativo sospeso tra
presente e passato con un massiccio uso di flashback ripetitivi
e poco centrali per la trama che nuocciono tanto al ritmo
narrativo quanto alla suspence stessa della storia.
Una
cosa positiva è vedere Julia Roberts lasciare definitivamente
alle spalle i personaggi romantici e stupidini di gran parte
della sua carriera (“Se Scappi ti Sposo”, “Il
Matrimonio del mio miglior amico”), in favore di ruoli
più maturi ed adulti. Il problema è che non
riesce a trovare l’alchimia giusta col carismatico,
ma anche truce e monoespressivo, Clive Owen per far si che
la coppia funzioni sul grande schermo, risultando intrigante.
Meglio di loro fanno i bravi comprimari Paul Giamatti (lo
ricordate in “Sideways”?) e l’inglese Tom
Wilkinson (“Michael Clayton” e “Full Monthy”).
Dispiace dunque prendere atto che tanto i due protagonisti
quanto il film stesso regalano ben poche emozioni allo spettatore,
con una trama che vuol far intendere più di quanto
racconta senza essere supportata né da sviluppi arguti,
né da un’efficace finale, né tantomeno
da attori ispirati.
Marco
Valerio