Due
partite, due generazioni di donne, di madri e figlie, amore,
insoddisfazione, gioia e segreti, tutto questo in un film
in cui otto attrici a confronto ci regalano emozioni diverse,
componendo un cast tutto al femminile all’altezza delle
aspettative.
Nella prima parte troviamo la gelida Paola Cortellesi imprigionata
in una vita che non desidera ma a cui si sente profondamente
vincolata, Margherita Buy, musicista frustrata e nevrotica
gelosissima di quel marito che forse le ha negato una carriera
da pianista, Marina Massironi madre modello ma moglie tradita,
e a chiudere questo primo quartetto l’ingenua e romantica
Isabella Ferrari, il cui suicidio -trent’anni dopo
quello della madre suicida- sarà l’anello
di congiunzione con le altre quattro protagoniste.
Le quattro donne moderne sono invece tutte senza figli (al
contrario delle loro madri alla loro stessa età),
tutte donne in carriera, cosa a cui la generazione precedente
aveva rinunciato in nome della famiglia, tutte però
con quello stesso senso di incompletezza e frustrazione che
le accomuna alle altre figure femminili. Brave Claudia Pandolfi,
medico severo che rivela la sua debolezza in un sogno ricorrente
con un bimbo che la abbraccia, la triste Alba Rohrwacher che
vive un amore sofferto con un uomo che la tiene a distanza
esattamente come il padre con la sua defunta madre, la pianista
di successo Laura Crescentini insoddisfatta di un uomo che
però le da tutto, ed infine Valeria Melillo, avvocato
single con l’ossessione di diventare madre.
Tratto
da una piece teatrale di Cristina Comencini, diretto da Enzo
Monteleone, “Due Partite” strizza l’occhio
nella prima parte alle commedie spagnole cui Almodovar ci
ha abituato in passato, ma non riesce a travolgere lo spettatore
nello stesso modo cui il regista spagnolo ci ha abituato.
Il film è accompagnato da una colonna sonora variegata
che accompagna le emozioni delle sue protagoniste, da Mina
all’indimenticabile tormentone di Scandalo al Sole,
a Yann Tiersen con quel Comptine D'Un Autre Ete L'Apres
Midi che riporta alla mente Il favoloso Mondo di
Amelie con la le sue stranezze e la sua innocenza.
Le prime quattro protagoniste si muovono nei colorati anni
60, quelli di Jane Fonda in A piedi nudi nel parco,
di Jacqueline Kennedy coi sui abitini impeccabili e il doveroso
giro di perle o di Holly Golightly con l’immancabile
sigaretta. Nonostante la bravura delle attrici e la loro valida
verve comica il tema dell’insoddisfazione femminile
viene talvolta banalizzato utilizzando i soliti clichè
sull’ amore. Si ride e si piange ma non ci si emoziona.
Troppi sguardi languidi e poco approfondimento su tematiche
che potevano forse meritare qualcosa di più.
Più asciutta e forse più convincente, invece,
la seconda parte del film che risulta meno monotona e sicuramente
più scorrevole, caratterizzata da dialoghi più
veloci, con attrici più nevrotiche ma anche più
dirette, sicuramente più aderenti alla realtà
che rappresentano.
Il
risultato finale è un film che pur essendo gradevole
non riesce ad aggiungere nulla di nuovo a quella cinematografia
che cerca di approfondire la figura della donna ed il suo
eterno conflitto con l’amore. C’è forse
troppa carne al fuoco, senza però arrivare a nulla
di significativo, e manca continuità tra le due partite,
con un salto generazionale che non convince ma intristisce.
Anche alcune scelte nella caratterizzazione dei personaggi
sono fin troppo prevedibili, queste donne sono visibili in
realtà solo in superficie, e meritavano probabilmente
un po’ più di spessore, lo stesso che avrebbe
potuto dare a questo film un valore aggiunto, arricchendolo
di una maggiore profondità.
Giulia
Di Natale