Un
autista di macchine di Los Angeles senza nome (Ryan Gosling),
di giorno lavora in un’officina e come stuntman per
le produzioni cinematografiche, mentre di notte guida le auto
nel corso delle rapine. Driver è per natura un lupo
solitario, eppure non riesce a fare a meno di innamorarsi
della sua vicina di casa Irene (Carey Mulligan), una giovane
ed indifesa madre il cui marito Standard è in carcere.
Ma quando l’uomo torna a casa, si ritrova ben presto
invischiato in un pericoloso giro criminale, venendo costretto
a prendere parte ad una rapina. Per proteggere Irene e suo
figlio, Driver si offre di aiutare Standard, il cui scopo
è ottenere il denaro necessario per pagare un debito
con la malavita. La rapina va male e Standard viene ucciso,
mentre Driver riesce a fuggire grazie alla sua abilità
nella guida. Ma quando si rende conto che i malviventi vogliono
ben più che la valigia di soldi nel suo cofano e che
sono intenzionati a fare del male a Irene e suo figlio, Driver
si vede costretto a reagire.
Contraddistinto
sia da un’iconografia che rimanda apertamente agli anni
’80 (già nei bellissimi titoli di apertura),
sia da un ritmo narrativo compassato, ma sottoposto a brusche
accelerazioni, “Drive” è un film che rivisita
la scansione temporale del vetusto cinema contemporaneo a
cui noi spettatori siamo ormai abbondantemente abituati. I
meccanismi da crime-story d’azione sono smontati, riveduti
e corretti, così come la procedura di presentazione
dei personaggi, evitando tutti quei cliché da cinema
di Hollywood. La struttura del racconto presenta un inedito
modo con cui dare "peso" agli eventi narrati, riuscendo
così a stupire continuamente nel portare in racconto
in direzioni diverse da quanto ci si aspetterebbe: ad esempio,
ci si immagina che il marito di Irene, Standard, sia un violento
(come è normale in tutti i film di genere degli ultimi
20 anni) e invece non lo è, anzi, risulta una vittima
del sistema; si immagina una storia d'amore tra Driver e Irene
(altro elemento ricorrente del cinema americano), e invece
il protagonista ha sinceramente a cuore il bambino, venendo
caratterizzato a poco a poco come un moderno cavaliere, solitario
e taciturno, dotato di un proprio codice d’onore. Persino
la rapina, e tutto ciò che vi ruota attorno, sono fuori
dai canoni; il che non significa esagerare o creare assurdità
logiche, ma costruire determinate situazioni nelle quali le
cose semplicemente non sono come dai per scontato che siano,
in un consapevole e non gratuito deragliamento dai canonici
binari di un film d’azione.
Anche
il titolo stesso "Drive" entra solo marginalmente
nella storia, così come alcuni elementi che vengono
introdotti e poi recuperati a sorpresa (come la maschera di
lattice usata nel lavoro di stunt), alla fine hanno una piccolissima
parte, molto meno di quanto ci si aspetti, in favore di altri
che arricchiscono la storia (tutto ciò che ruota, ad
esempio, intorno all’officina). La scena finale del
film è poi giocata "sprecando" la sorpresa
delle coltellate, eppure il regista non ha esitato a buttar
via un effetto sorpresa di sicuro impatto (altro elemento
ricorrente degli action movies dell’ultimo ventennio)
pur di offrire un prodotto diverso dalle solite salse, chiudendosi
con un finale a sorpresa, dal sapore onirico e fortemente
ambiguo. Alla fine la cosa più bella del film, la costante
in assoluto, è il protagonista, con la sua glacialità
e la prontezza di spirito che per tutto il film ti lasciano
stupito e inquietato allo stesso tempo. “Drive”
è un film dalla timbrica eccezionale, che magari non
piacerà a tutti, ma che per un palato fine è
da vedere. Ottima la colonna sonora.
Enrico
Peduzzi