Arrivato
da poco nella Londra ottocentesca, il giovane e bellissimo
Dorian Gray (Ben Barnes) diventa amico e pupillo del ricco
Henry Wotton (Colin Firth), il quale lo introduce ai piaceri
della vita sociale altolocata della città.
L'artista Basil Hallward (Ben Chaplin), amico di Harry, effettua
un ritratto di Dorian riuscendo a catturare tutta la sua bellezza
giovanile. Affascinato dalla riproduzione del quadro, Dorian
giura di sacrificare qualsiasi cosa pur di rimanere così
come appare nel ritratto, perfino la sua anima.
Consapevole del suo fascino ed abbandonando ogni remora o
ingenuità, Dorian si concede senza limiti qualsiasi
piacere e lussuria, ma ad ogni azione malvagia da lui commessa
il suo ritratto diventa progressivamente sempre più
orripilante e mostruoso. Per celare agli altri il dipinto,
Dorian lo chiude a chiave in soffitta rifiutandosi di farlo
visionare persino al suo creatore, Basil, che viene da lui
ucciso a causa delle sue insistenze. Costretto a fuggire da
Londra con il quadro, Dorian ritorna 25 anni dopo, creando
lo sconcerto tra la gente di fronte al suo aspetto giovanile.
Condannato ad una giovinezza eterna, Dorian vive una vita
svuotata di ogni significato e sentimento, fino all’incontro
con Emily (Rebecca Hall), una ragazza che riaccende la sua
passione e la sua speranza di redimere il suo passato. Ma
Emily è la figlia del suo vecchio amico Henry, che
si oppone alla loro storia intendendo smascherare Dorian…
Vita,
eternità, piaceri e delitti di Dorian Gray, l’eroe
immortale dell’omonimo romanzo di Oscar Wilde, il quale
rivive in un adattamento cinematografico che, se da un lato
ne riprende la traccia principale riproducendo l’ambientazione
edonistica e libertina della Londra Vittoriana, dall’altro
si concede numerose libertà proponendo una revisione
in chiave moderna del romanzo e concentrandosi su una linea
narrativa sensazionalistica e gotica.
La revisione, oseremmo dire, risulta anche ben costruita,
ma a dispetto comunque di una fedeltà intrinseca del
romanzo, rischiando di sfiorare la banalizzazione dei concetti
originali di Wilde a favore di una trama più thrilling
e dal ritmo avvincente. Ed infatti il film presenta una storia
più asciutta e semplificata, ma non comunque priva
di spessore drammaturgico, riuscendo a rappresentare bene
il tema della maledizione di Gray e il vuoto di una vita immortale
priva di radici e di quel senso di caducità che solo
la maturità e la vecchiaia forniscono.
Lo sviluppo narrativo della pellicola è agile ed avvincente,
grazie sia a un montaggio ermeneutico ed analitico, sia all’ottima
ricostruzione di ambienti ed atmosfere d’epoca, con
un buon uso dei colori, della fotografia e delle scenografie,
tutte curate nei minimi particolari. Molto attento all’aspetto
visivo, il regista-sceneggiatore inglese Oliver Parker (“St.
Trinian's”, “L’importanza di chiamarsi Ernest”)
non perde comunque di vista il racconto e, seppur non cogliendone
a pieno la sua intima essenza, riesce comunque a darne un’efficace
rappresentazione.
Apprezzabile,
quindi, il tentativo da parte della produzione di riproporre
un classico della letteratura di tutti i tempi, anche se –è
bene precisare- la pellicola è più un libero
adattamento che una trasposizione vera e propria, riprendendone
i temi basilari per realizzare qualcosa di nuovo ed appetibile
per il pubblico di oggi.
Cedendo ai compromessi visivi e temporali del cinema moderno,
mescolando elementi originali con una vena molto Dark
ed un certo e fastidioso voyeurismo a rischio di volgarità,
“Dorian Gray” perde in pathos e senso
del grottesche rispetto al romanzo, ma ne acquista
in suspense, quest’ultima arricchita da un tocco di
horror che rende più inquietante la visione del film
anche se, nella seconda parte, si eccede in effetti speciali
e scene sovrannaturali che banalizzano l’impianto scenico
precedentemente costruito.
Cast di interpreti notevole, ad iniziare da un Colin Firth
che mette in ombra il protagonista Ben Barnes; bravi e credibili
Rachel Hurd-Wood, Fiona Shaw, Ben Chaplin
Paolo
Pugliese