DIE HARD - VIVERE O MORIRE

Titolo Originale: Live Free or Die Hard - Die Hard 4.0
Genere: Azione/Poliziesco
Regia:
Lein Wiseman
Sceneggiatura: Mark Bomback e Doug Richardson
Cast: Bruce Willis, Justin Long, Maggie Q, Timothy Olyphant, Jeffrey Wright, Mary Elizabeth Winstead
Colonna Sonora: Marco Beltrami
Produzione: Cheyenne Enterprises, Dune Entertainment, 20th Century Fox
Paese d’origine: USA - 2007
Durata: 130 minuti

 

Ho una sola parola per commentare questo quarto episodio della serie di “Die Hard”, con un inossidabile Bruce Willis nuovamente nei panni del poliziotto scavezzacollo John McClane stavolta alle prese con il terrorismo informatico: ed è delusione.

McClane è ormai un detective che, nonostante l’età pensionabile, continua a fare l’ammazzasette spaccone (da antologia becera le sue battute, soprattutto con il cattivo), mandando a monte in questa puntata il piano di un’organizzazione terroristica informatica che intende distruggere sistematicamente ogni infrastruttura tecnologica nel corso di un solo giorno. I terroristi iniziano a provocare una serie di guasti nei sistemi elettronici urbani, prendendo il dominio del sistema di controllo del traffico, poi del mercato dei titoli azionari ed infine della struttura di distribuzione elettrica ed idrica. L’obiettivo dei criminali è di scatenare il caos totale in città, facendo precipitare la società in una moderna età della pietra; preso in mezzo agli eventi, McClane non potrà fare a meno di intervenire tentando di fermarli con l’aiuto di un giovane hacker.

Ricordo con una punta di nostalgia il primo “Die Had-Trappola di Cristallo” che, uscito nel 1987, rappresenta uno dei migliori esempi di polizieschi d’azione degli anni ’80 grazie ad un impianto veloce e spettacolare supportato da una sceneggiatura tanto lineare quanto solida.
Tutto il contrario accade, invece, in questo nuova puntata dove è l’azione a farla da padrona senza però essere giustificata da una trama né robusta né valida, che inanella uno dopo l’altro dei semplici sviluppi pretestuosi con il solo scopo di garantire una sequela di scene d’azione; la parola d’ordine è esagerare, con un crescendo di sequenze sempre più spettacolari ed improbabili in cui un 52enne sopravvive con qualche graffio a cose dove qualsiasi atleta olimpionico di decathlon finirebbe a pezzettini, distruggendo allegramente mezza città nel frattempo (vedi, ad esempio, il duello con un caccia da combattimento che ricalca quanto già visto in “True Lies”).
Il film, intendiamoci, può anche essere divertente ma solo da un punto di vista visivo, risultando alla fine abbastanza vuoto e superficiale, con un Bruce Willis dall’appeal quantomai sfocato il cui ruolo viene schiacciato dalla macchina spettacolare del film. A fargli da contrappunto c’è un cattivo monocorde ed anonimo interpretato dall’emergente Timothy Olyphant, mentre fa molto meglio il resto del cast con l'hacker Justin Long (provvidenziale deus-ex-machina informatico, comunque simpatico), la cattiva e sensuale Maggie Q, la giovanissima Mary Elizabeth Winstead (abbastanza credibile nel ruolo della figlia di McClane) ed, a sorpresa, un corposo cameo di Kevin Smith (il regista di “Clerks”) che interpreta quasi sé stesso nella parte di un genio dell’informatica, nerd e bambinone.

Scritto con scarsa fantasia ed approfondimento dalla coppia Mark Bomback/Doug Richardson nonché diretto con enfasi adrenalinica da Lein Wiseman (regista di “Underworld” e “Underworld Evolution”), “Die Hard – Vivere o Morire” si presenta come un fumetto d’azione velocissimo che, dopo una breve introduzione, parte subito in quarta senza nessuna pretesa di verosimiglianza o solidità narrativa. Qua e là emerge qualcosa di buono come, ad esempio, la contrapposizione tra l’uso della tecnologia da parte dei terroristi e la reazione basata sui “vecchi metodi” di McClaine; oppure la dimensione di vulnerabilità della nostra società, i cui servizi primari sono garantiti dall’uso dei computer che, se violati, possono davvero farci precipitare nel caos. Tutto il resto, come dice la famosa canzone di Califano, è noia.
Il regista Wiseman è un mestierante dallo stile inconsistente che dirige una sorta di videogioco, focalizzando la sua attenzione unicamente sulle scene d’azione e tralasciando il resto, dimostrandosi incapace di narrare con forza narrativa gli sviluppi di raccordo della trama: il risultato è un film con una storia da sbadiglio e dialoghi ai minimi storici che il pubblico si sorbisce tra una scena d’azione e l’altra.

Paolo Pugliese