Una
troupe di studenti di una scuola di cinema è impegnata
a girare un film nei dintorni del loro college, ritrovandosi
ben presto ad affrontare le conseguenze di una misteriosa
quanto terribile infezione che attacca sia i vivi che i morti:
i cadaveri, infatti, si risvegliano affamati di carne umana,
mentre gli umani se muoiono o vengono morsi si trasformano
in zombies; i ragazzi, insieme al loro professore, si metteranno
in viaggio a bordo di un camper per cercare scampo, filmando
al tempo stesso la loro fuga.
Il
maestro dell’Horror George Romero, inventore del sotto-genere
cinematografico dei Morti Viventi (“Night of living
dead ”, “Dawn of the Dead”), dopo il recente
exploit con “Land of Dead/La Terra dei Morti Viventi”
ritorna a raccontare il terrificante mondo degli Zombies da
lui creato, ma stavolta cominciando dall’inizio, con
una sorta di prequel-reality che racconta l’origine
dell’invasione. La storia è raccontata e girata
tramite riprese amatoriali che i protagonisti effettuano con
due telecamere attestando l’improvvisa ed incredibile
minaccia di morti ambulanti che aggrediscono gli esseri umani,
qui filmati con disarmante quanto efficace realismo.
Romero
riprende e rende suo un metodo narrativo inaugurato anni fa
dall’horror semi-amatoriale “The Blair Witch Project”
e recentemente riportato in auge dal monster-movie “Cloverfield”.
Il risultato finale non lascia però soddisfatti, neanche
essendo i fan più sfegatati di Romero, forse perché
“Diary of the Dead” paga lo scotto di essere un
film realizzato con un budget ridotto all’osso, con
una produzione indipendente e senza l’ausilio di un
grosso studio cinematografico alle spalle, che ha costretto
Romero a fare i salti mortali per ultimare la sua opera, senza
però preoccuparsi di colmare le lacune del suo script.
Il problema è infatti riconducibile alla base, cioè
ad una sceneggiatura tutt’altro che perfetta, con uno
sviluppo francamente noioso e prolisso della trama, la quale
appare pretestuosa e decisamente forzata in alcuni punti per
giustificare le riprese amatoriali in prima persona (il
pubblico guarda quello che uno dei protagonisti filma).
I personaggi non aiutano poi molto ad alzare il livello, visto
che alcuni sono molto convenzionali (il professore alcolizzato,
ad esempio, oppure la texana tutta di un pezzo che mostra
le tette) ed interpretati appena sopra il limite della
sufficenza, per non parlare dei dialoghi ridondanti e presuntuosi
nel pontificare in maniera didascalica sulla vacuità
dei canali d'informazione moderni.
La
regia di Romero salva in parte il film, creando un'atmosfera
lugubre e di caos incombente che non lascia indifferenti,
oltre a regalarci alcune belle sequenze come quelle agghiaccianti
all’interno di un ospedale deserto, oppure inerenti
l'assedio nella fattoria, la strada piena di zombie visti
dall'interno del camper o anche l'invasione della villa ripresa
dalle telecamere di sicurezza.
Con questa pellicola Romero torna alle origini del suo cinema
(per inciso, quello di “La Notte dei Morti Viventi”)
e, pur non essendo perfetta, risulta alla fine un lavoro migliore
del precedente “La Terra dei Morti Viventi”.
Paolo
Pugliese