Grayer
è un bambino di 4 anni appartenente ad una famiglia
dell’Upper East Side (l’alta borghesia newyorkese)
che ha la sfortuna di avere due genitori le cui priorità
sono ben lontane dal prendersi cura di lui: il padre è
assente, materialmente e mentalmente, curando solo il suo
lavoro ed eventuali relazioni extra-coniugali; la madre è
superficiale e frustrata e cerca di riempire il vuoto della
sua vita solo con lo shopping e varie attività sociali
ed accessorie abbastanza futili. Annie, invece, è una
ragazza di provincia neolaureata in antropologia che non sa
ancora quale sia la sua strada nella vita e cerca lavoro per
mantenersi a New York. Grazie ad un incontro fortuito nel
parco, Annie viene assunta per fare da tata a Grayer. Il bambino
è un osso duro, ma la convivenza forzata tra i due
si trasforma in affetto e vede un processo di maturazione
per entrambi, tra servizi ed incidenti domestici, figuracce,
feste di carnevale, litigi familiari ed un giovane ed affascinante
vicino di casa. Alle prese con il ragazzino e la sua famiglia,
Annie impara regole di un mondo che non conosce, osservando
e raccontando allo spettatore la società dei ricchi
americani in chiave antropologica.
Tratto
dal romanzo best seller “The Nanny Diaries” di
Emma MacLaughlin e Nicola Skraus, il film diretto dalla coppia
Springer & Pilcini vorrebbe essere un’agile commedia
brillante ed introspettiva (vorrebbe...) che vede
nel ruolo principale una spumeggiante Scarlett Johansson,
qui alla sua prima prova come protagonista assoluta; attorno
a lei c’è un cast di tutto rispetto, con un simpatico
emergente come Chris Evans (“Sunshine”, “I
Fantastici Quatttro”) nel ruolo del vicino di casa,
la cantante prestata al cinema Alicia Keys in quello della
sua migliore amica e caratteristi di talento quali Laura Linney
(“Truman Show”, “The Exorcism of Emily Rose”)
e Paul Giamatti (“Sideways”, “Cinderella
man”) che interpretano i genitori del piccolo Grayer.
Purtroppo il risultato, sia per storia che per regia ed interpretazione,
non è francamente esaltante. “Il Diario di una
Tata” è un film estremamente leggero e vagamente
retorico, con una storiella sentimentale e moraleggiante che
spolvera vari cliché condendoli comunque con un inedito
retrogusto amarognolo.
Gli eventuali intenti satirici di sbeffeggiare mode, ritmi
e meccanismi relazionali dell’high-class americana si
disperdono già dopo i primi minuti del film, con un
prologo “antropologico” divertente al quale però
non segue nulla di concreto: la sceneggiatura si rivela poco
consistente, con una descrizione di un certo substrato sociale
americano abbastanza superficiale e sopra le righe; finisce
per prevalere, sul tono ironico del racconto, un sentimentalismo
dozzinale che ha come zenit la (classica) lezioncina
morale, con discorsetto “illuminante” della tata
ai suoi principali e finale idealistico/edificante/consolatorio.
La
regia del film è poi calligrafica e priva di guizzi,
raccontando le vicende con inquadrature fisse, ad altezza
uomo e pochissimi movimenti di cinepresa; lo sviluppo narrativo
viene arricchito da effetti speciali che illustrano i sogni
e le riflessioni finto-antropologiche della protagonista,
in maniera però sostanzialmente gratuita: visivamente,
infatti, sono originali e ben realizzati, ma comunque non
aggiungono nulla alla storia risultando un pò fuori
luogo.
Le interpretazioni degli attori sono infine al di sotto del
modesto: Scarlett Johansson è fresca e carina con il
look acqua & sapone, ma recita in maniera poco naturale,
con toni enfatici e sopra le righe, al pari dei co-protagonisti
Laura Linney e Paul Giamatti. Si salvano invece Chris Evans
e Alicia Keys, le cui caratterizzazioni sono abbastanza sobrie
insieme a quella del piccolo Nicholas Art, davvero spontaneo
e naturale nel ruolo di Grayer, senza essere né ammiccante
né vezzoso come molto bambini sul grande schermo.
Paolo
Pugliese