Dawn
è una ragazza timida che fa parte di un gruppo religioso
che professa la castità, chiamato “The Promise”,
e che ha dei problemi piuttosto seri nei rapporti con l’altro
sesso. Quando incontra Tobey, un ragazzo che nutre convinzioni
simili alle sue, Dawn crede di potergli accordare una fiducia
incondizionata, ma si accorgerà presto di aver sottovalutato
il richiamo degli ormoni. Il problema è che la natura
è stata matrigna con la povera ragazza, avendola equipaggiata
di una vagina dentata che rende i suoi rapporti piuttosto
problematici.
“Denti” è una black comedy che abbaia ma
non morde, all’opposto di una delicata parte del corpo
della sua protagonista. Più che altro, considerato
che il mito della vagina dentata fu teorizzato agli albori
della psicanalisi, quando la morale comune, le costrizioni
sociali e i tabù erano ben diversi da quelli contemporanei,
c’è da chiedersi se abbia ancora senso occuparsi
dell’argomento, sia pure a livello da barzelletta, dato
che forse solo qualche preadolescente in procinto di varcare
la soglia della pubertà può ancora coltivare
simili fantasie sul corpo femminile.
Detto questo Mitchell Lichtenstein, attore televisivo nonché
figlio del più noto Roy, maestro della Pop-Art americana,
non è il Cronenberg degli esordi e preferisce buttarla
in vacca, con una certa elegante nonchalance da cinema “indie”
americano, ma anche con beata inconsistenza.
A
onor del vero, la prima parte del film è una garbata
satira anti-Bush (che ha recentemente promosso alcune
iniziative volte ad esaltare la castità), che
ironizza sui fondamentalisti cristiani, i quali professano
il dovere di conservarsi puri fino al matrimonio, e sull’ossessione
tutta americana per la verginità. Tutti i personaggi
di contorno, a partire dai genitori di Dawn, i quali approvano
le scelte della figlia e allo stesso tempo sghignazzano ricordando
i bei tempi degli anni ’60, sono ben disegnati, con
una menzione particolare per il tatuato Brad, il fratellastro
di Dawn, che, per contrasto, è un provetto bestemmiatore
che predilige pratiche erotiche non ortodosse, dopo essere
rimasto traumatizzato da bambino dalla mordace sorellastra.
Purtroppo, in seguito, “Denti” si dimostra indeciso
tra la satira di costume e un qualunque film dei Farrelly
in versione horror-trash, anche se dotato di maggiore intelligenza
e con uno sguardo non banale su un personaggio femminile decisamente
“borderline”. Il regista diluisce il sarcasmo
iniziale, non sa bene dove focalizzare l’attenzione
e si perde per strada, indugiando in qualche momento gore
non troppo originale che farà incrociare le gambe a
tutti gli spettatori di sesso maschile.
Se Lichtenstein, che del resto è più o meno
un esordiente, manca dell’esperienza necessaria per
garantire al film una maggiore coerenza, non si può
dire lo stesso degli attori protagonisti, un ottimo John Hensley
(prossimamente nel remake di “Shutter”) nel ruolo
di Brad, e la bravissima, disarmante Jess Weixler, la quale
ha vinto un meritato premio come migliore attrice al Sundance,
che è riuscita a rendere perfettamente un personaggio
tutt’altro che facile senza scadere nella caricatura:
la sua interpretazione è già un buon motivo
per vedere “Denti”.
Ai pavidi che soffrano di angosce di castrazione, ricordiamo
la frase di apertura (No men were harmed during the making
of this film) e l’imperdibile frase di lancio (Ogni
rosa ha le sue spine), mentre consigliamo ai cultori del trash
di abbinarne la visione a quella di due pietre miliari del
genere: il nipponico “Killer Pussy” e il “Killer
Condom” della gloriosa Troma.
Nicola
Picchi