DEATH RACE

Titolo Originale: Id.
Genere: Fantascienza/azione
Regia: Paul W.S. Anderson
Sceneggiatura: Paul W.S. Anderson
Cast: Jason Statham, Joan Allen, Ian McShane, Tyrese Gibson, Natalie Martinez, Max Ryan, Jason Clarke
Colonna Sonora: Paul Haslinger
Produzione: Impact Pictures, Cruise/Wagner Productions
Paese d’origine: USA - 2008
Durata: 89 minuti
Data di uscita: 28 Novembre 2008

 

Ames è un ex-pilota di gare automobilistiche (Jason Statham) che viene arrestato per l’omicidio della moglie. Nonostante sia innocente, viene condannato all’ergastolo e recluso in un penitenziario di massima sicurezza la cui direttrice (Joan Allen) organizza da diversi anni la Death Race: una corsa automobilistica seguita in diretta alla Tv via cavo, i cui concorrenti sono gli stessi detenuti che vincono la propria libertà se arrivano primi al traguardo. La corsa, però, è all’ultimo sangue con eliminazione diretta dei corridori i quali (a bordo di macchine superaccessoriate con armi varie) devono uccidere gli avversari e sopravvivere ai loro attacchi nonché alle trappole del circuito di gara.
Ames sarà costretto a correre per la propria libertà, guidando una micidiale Mustang V8 armata di mitragliatrici e confrontandosi non solo contro il corridore più pericoloso della Death Race, Machine Gun Joe, ma anche con il sistema penitenziario che lo ha incastrato.

Il regista/sceneggiatore Paul W.S. Anderson (“Resident Evil”, “Aliens vs Predator”, “Punto di non ritorno”) dirige questo moderno remake del cult movie “Death Race 2000” (in Italia “Anno 2000, la corsa della morte”), prodotto da Roger Corman nel 1975. La pellicola originale, interpretata da Sylvester Stallone e David Corradine, è stata definita il film americano indipendente a basso costo più provocatorio ed imitato degli anni ’70, con una storia ambientata nel 2000 dove l’automobilismo è lo sport nazionale e le gare consistono in selvagge corse per le strade americane in cui vince il pilota che elimina il numero maggiore di pedoni.
Anderson riprende e rimodella pesantemente la storia, lasciando perdere tanto l’iconografia trash quanto i contenuti satirico-dissacratori e politicamente scorretti (ovvero l’investimento dei cittadini con relativo punteggio) del prototipo di Corman. Viene così preferito un ambito d’azione drammatico e post-industriale, per certi versi più realistico, ma anche più convenzionale e rassicurante per il pubblico: se nell’originale non c’erano né buoni né cattivi in un contesto moralmente discutibile e specchio della morbosità televisiva, qui tutto è più semplice ed i ruoli sono più marcati, con la classica storia di rivalsa tipicamente americana in cui l’eroe, ingiustamente perseguito, si sporcherà le mani ed avrà la sua vendetta finale contro i cattivi; insomma, una sorta di Conte di Montecristo su quattro ruote con la faccia mono-espressiva di Jason Statham (“Transporter”, “Crank”, “Cellular”).

Il film è impostato con una struttura narrativa “a livelli” tipica dei videogiochi, con un’estetica da B-Movie brutale ed un’azione adrenalinica garantita da un ottimo montaggio che –per un film del genere- sono indubbiamente dei pregi; il regista dimostra una discreta preparazione tecnica (specie nelle sequenze d’azione) ed una cresciuta maturità narrativa che danno una marcia in più al film.
Nonostante ciò, “Death Race” non costituisce nulla di particolarmente innovativo o diverso dalle tante pellicole dell’industria cinematografica americana di intrattenimento, costruito principalmente su una sterile sequela di eventi che hanno comunque come nocciolo narrativo la vendetta e le corse automobilistiche, senza il benché minimo contenuto introspettivo e con un troppo evidente citazionismo cinematografico di opere come “Mad Max/Interceptor”, “1997: Fuga da New York”, “I Guerrieri della Notte” e “Fuga da Alcatraz”.
L’ambientazione futuristica molto prossima (il 2012), agganciata all’attualità degli sport estremi e dei reality televisivi, costituiscono ulteriori virtù per il film anche se esse fungono unicamente come giustificazione logica della storia: il cinema di Corman era altra cosa, sospeso tra intrattenimento, satira e riflessione anarchica e liberatoria. Anderson, invece, rielabora una storia volutamente assurda facendo l’errore di prendersi troppo sul serio, senza un filo di ironia.

Paolo Pugliese