Bisogna
subito precisare che “Lo Strano caso di Benjamin Button”,
al di là dei suoi meriti tecnici ed artistici, è
un film che appartiene molto al canale tradizionale hollywoodiano,
non nel senso di imitazione di uno stile di cinema classico,
ma perché il suo modo di svolgimento è tipico
di un certo filone da film acchiappaspettatori di Hollywood,
da “Forrest Gump” a “Titanic”. Tutto
è inserito al momento giusto, quando si ride, quando
si piange, con una certa rassicurante prevedibilità,
ma ciò non è necessariamente un difetto, perché
il film non fa ridere o commuovere in maniera gratuita ed
il pubblico lo riconosce immediatamente come familiare per
la narrazione che adotta, per il non avere niente che stona,
che non sia già conosciuto dalla grammatica dello spettatore.
Da questo punto di vista, forse Fincher (autore di “Zodiac”,
“Sevem” e “Fight Club”) bara un pò
questa volta, visto che questo è il film più
hollywoodiano da lui fatto ma allo stesso tempo non rinuncia
alle caratteristiche tipiche dei suoi film.
La
storia è particolare, necessita uno sforzo non così
troppo banale per essere capito a fondo. Benjamin nasce in
circostanze particolari: la fine della prima Guerra Mondiale
può essere abbastanza particolare? Molto più
particolare della vecchiaia precoce che manifesta il piccolo
neonato. Inoltre, la casa di riposo diviene l'ambiente per
un bambino che ha l'aspetto di un vecchietto di 80/85 anni.
Ma Benjamin è molto più particolare di tutto
ciò: cresce e col tempo il suo corpo ringiovanisce.
Ed è qui la chiave di lettura di Fincher: questo film
narra la storia di un bambino che cresce, impara quando il
suo corpo è quello di un vecchio, ma crescendo, lo
stesso corpo diventa quello di un dodicenne poi rinchiuso
nelle tipiche malattie di un vecchio. In molti hanno fatto
l'errore di associarlo a Forrest Gump per il viaggio intrapreso
nel tempo da parte di Benjamin, un paragone che lascia il
tempo che trova. I riferimenti storici/culturali servono solo
a dare un'impronta temporale alla vicenda, non diventano gag,
non si sovrappongono alla vicenda principale.
E'
indubbiamente la prima parte quella migliore: il racconto
di un "giovane" Benjamin nella casa di riposo, che
viene creduto un normale anziano, ma in realtà ha il
cuore e la testa di un bambino che vuole scoprire il mondo.
La lunghezza del film è giusta, risulta pesante nella
parte centrale della pellicola... proprio durante il viaggio
di Benjamin alla scoperta del mondo. Quando si innamora la
prima volta, quando scopre i "piaceri e i dispiaceri"
della vita.
Inoltre la storia d'amore tra Benjamin e Daisy, il loro inseguirsi
nel tempo è toccante e innovativo. Soprattutto quando
finalmente si trovano e decidono di amarsi: a metà
delle loro vite, quando Daisy mostra i primi segni del decadimento
e Benjamin l'apice della sua maturità. Ciò che
segue dopo è straziante, magari poco approfondito ma
rende l'idea: che senso ha la propria vita quando dimostri
di avere 12 anni ma dimostri i primi segni di demenza senile?
E'
sicuramente un film da vedere, che merita tutte le nomitation
agli Oscar, soprattutto per un ormai maturo Brad Pitt. La
sua interpretazione è estremamente intensa, facendo
trasparire nel suo volto da vecchio il tipico sguardo di un
bambino che impara a conoscere il mondo che lo circonda, con
stupore e gioia.
Mattia
Sicuro
(con
la Collaborazione di Diego)