Julia
è affetta da una malattia degenerativa che le causa
la perdita progressiva della vista. Un giorno scopre che la
sua gemella Sara si è suicidata. Consapevole che la
sorella non sarebbe mai stata capace di un gesto così
estremo, Julia si convince che questa morte sia una messa
in scena. Mentre è impegnata con il funerale di Sara,
comincia ad indagare sulla sua vita, scoprendo la presenza
di un uomo a lei vicina che potrebbe essere il colpevole.
Un uomo che tiene d’occhio Julia, la quale, con la sua
vista che si affievolisce, capisce di avere a che fare con
una persona molto pericolosa, capace di passare inosservata
agli occhi degli altri. Una sorta di presenza invisibile che
Julia deve fronteggiare sfruttando il suo stesso handicap,
ovvero, spegnendo la luce…
Prodotto
da Guillermo del Toro, “Con gli occhi dell’Assassino”
è un thriller molto fosco, arricchito da venature psicologiche
e da un’atmosfera cupa e claustrofobica, entrambe esaltate
da una fotografia livida e tagliente. Più che per la
trama, il film funziona soprattutto sul fronte visivo, rivelandosi
un discreto prodotto che, dall’inizio alla fine, tiene
incollati gli spettatori alle poltrone; il regista Guillem
Morales realizza un buon esercizio calligrafico, riprendendo
con poca creatività, ma anche con lucida abilità,
le correnti stilistiche del cinema psico-fobico e Noir di
Alfred Hitchcock (vedi appunto “Psycho” oppure
“La Finestra sul Cortile”), di David Fincher (“Seven”),
e di John Carpenter (“Halloween”). La rielaborazione
è funzionale al racconto, con alcune interessanti invenzioni
registiche quali la presenza dell’assassino suggerita
da dettagli scontornati e fuori campo, oppure il calarsi in
terza soggettiva dal punto di vista della protagonista, non
inquadrando mai i volti di alcuni personaggi intorno a lei
ed aumentando così la suspense; il pathos esplode (un
po’ a danno della verosimiglianza) nel duplice confronto
tra Julia e il killer, in due locations diverse, delle quali
la prima è più serrata sull’aspetto della
tensione psicologica, mentre la seconda propone un inseguimento/combattimento
al buio, evidenziato da un agile montaggio e da un gioco di
flash di luce ed ombra.
Per
quanto riguarda l’aspetto narrativo, ci sono un paio
di idee forti che riescono a sorreggere una sceneggiatura
impostata sul classico impianto del gioco al gatto e topo,
ma la debolezza principale della storia consiste soprattutto
nella sua eccessiva lunghezza. La progressione narrativa è
infatti debole, con il regista/sceneggiatore Morales che tira
eccessivamente per le lunghe la trama, consumando le buone
intuizioni iniziali e facendo perdere efficacia narrativa
alla storia; si registra così una certa disparità
tra la prima e la seconda parte del film, con quest’ultima
sostanzialmente più debole rispetto alla precedente.
Rimangono comunque interessanti sia l’idea di un assassino
invisibile agli occhi degli altri, una persona talmente grigia
da non essere mai notata, sia quella della cecità della
protagonista, in un confronto assolutamente impari che si
presta a diverse trovate visive culminanti in uno scontro
al buio tecnicamente ben girato. Peccato che il climax finale
sia indebolito da un certo eccesso del regista nel giocare
con l’identità dell’assassino, il cui aspetto
più interessante consiste proprio nell’essere
un’ombra indistinta ed apparentemente inafferrabile,
ma quando essa viene svelata perde quella sua aurea di originalità,
risultano piuttosto banale nelle sue azioni e motivazioni.
Debole e piatta risulta anche la chiusa finale, talmente lirica
e artificiosa nella sua impostazione poetica da risultare
fuori posto con il resto del film. Bella ed intensa la protagonista
Belen Rueda, vista accanto Javier Barden in “Mare Dentro”
e nel thriller “The Orphanage”.
Paolo
Pugliese